Un ammasso di muscoli alto 2 metri fa parkour tra i tetti della città nel mentre si porta un cadavere in spalla, poi si ferma, prende la mira e con una precisione totalmente priva di logica lancia il tizio morto su un’auto in corsa. Seguono botte e colpi di fucile a canne mozze senza che nessuno proferisca mai parola, poi il titolo: Motor City.
Quattro anni dopo l’esordio con Old Henry, western crepuscolare con un Tim Blake Nelson in grande spolvero, Potsy Ponciroli ritorna al lido di Venezia nella sezione Spotlight per presentare un ambizioso revenge movie caratterizzato dalla quasi totale assenza di dialoghi. La prima sequenza vorrebbe infatti delineare il tono dell’intero film, con i personaggi che combattono a ritmo di musica e si esprimono usando unicamente il linguaggio del corpo.
Un lungometraggio in cui la caratterizzazione degli stessi si basa su quelli che sono stilemi narrativi così tanto codificati da risultare riconoscibili istantaneamente: un tatuaggio con un teschio rimanda all’affiliazione ad una gang, la violenza sulle donne e la passione per la cocaina identificano il cattivo, abiti d’ufficio fanno capire chi è il poliziotto buono, mentre uno sguardo arcigno e un completo nero chiariscono chi sia quello corrotto.
L’idea di girare una pellicola d’azione priva di dialoghi però non è affatto nuova, a dirla tutta potremmo azzardare che quasi tutti i film del cinema muto fossero action, ma l’abbandono progressivo del parlato a favore di una esaltazione del movimento del corpo è un “ritorno” incentivato dal successo del franchise di John Wick.
Infatti, seppure non sia una saga silenziosa, Stahelski ha lavorato, capitolo dopo capitolo, di sottrazione, allungando sì i combattimenti (oltre che la durata), ma riducendo sempre più la comunicazione verbale, laddove la caratterizzazione dei personaggi era appunto un insieme di citazioni e cliché appartenenti al genere cinematografico, i quali permettevano di comprenderli istantaneamente senza che vi fosse bisogno di un’introduzione (si pensi al “Zatoichi” di Donnie Yen). Qualche anno fa è tornato poi (in America) anche John Woo, che in Silent Night presentava un personaggio effettivamente muto, giocando appunto su ciò che il titolo esemplifica in maniera piuttosto chiara.
Insomma, l’idea di Ponciroli non è affatto una novità, ma ciò che stupisce di Motor City è il tentativo di imbastire un intreccio piuttosto articolato, laddove il focus del film non è affatto sull’azione, ma sul triangolo amoroso tra il buono, il cattivo e la femme fatale di turno. La storia ha come protagonista un operaio, John Miller, che viene incastrato per un crimine che non ha commesso e condannato a 25 anni di prigione proprio il giorno in cui chiede alla propria amata di sposarlo. A tramare alle sue spalle, c’è infatti l’ex di lei, a cui John aveva soffiato la ragazza e che da allora desidera vendetta.
Inutile dire che il nostro colosso, interpretato appunto da Alan Ritchson (il Jack Reacher di Amazon) tenterà la fuga per riprendersi l’oggetto del desiderio e ammazzare brutalmente Ben Foster (il villan). Bisogna però sottolineare che, rifacendosi a una certa tradizione cinematografica e caratterizzando i personaggi come maschere piuttosto bidimensionali, Ponciroli sceglie di rendere l’unico personaggio femminile del film un manufatto da recuperare, quasi fosse l’anello di Sauron, anzi, quello effettivamente aveva una sorta di coscienza.
La donna interpretata da Shailene Woodley è completamente priva di agentività e seppure, vista la struttura del film, non necessitasse di chissà quale caratterizzazione, ha un ruolo fin troppo pigro e strumentale, essendo ridotta a oggetto del contenzioso tra i due maschi alfa. A parer nostro, anche se motivata, resta una scelta piuttosto infelice.
Inoltre, se la prima sequenza e l’essenzialità della trama lasciano pensare a un susseguirsi di scene d’azione, come dicevamo, l’intreccio occupa molto più spazio di quanto ci si potesse aspettare e a lungo andare la cosa inizia a stancare. Il fatto è che per essere un film che rifiuta l’utilizzo del parlato, fin troppo spesso i personaggi si ritrovano in dinamiche in cui l’unica cosa che possono fare è effettivamente parlarsi.
Ecco dunque che ogni qual volta gli attori in scena sono seduti a un tavolo (e succede veramente spesso), cominciano a gesticolare fin quando la colonna sonora (un insieme di greatest hits anni '70) interviene proprio nel momento in cui iniziano a muovere la bocca, coprendo le voci. La prima volta è una bella sorpresa e il primo pensiero è lodare l’ingegno, la seconda volta ci si stupisce che il regista sia riuscito a farlo di nuovo, alla terza ci si inizia a chiedere perché i personaggi non fanno altro che sedersi a tavola.
Il continuo ripetersi della stessa dinamica diventa ben presto ridondante, portandoci fuori dalla narrazione e rendendo sempre più evidente l’artificiosità della messa in scena. Non sono poche infatti le forzature del film, come una fuga di prigione estremamente improbabile, o un “assalto” in cui la resa dei conti tra i due rivali sarebbe potuta tranquillamente finire e invece viene rimandata per lasciare spazio al finale.
Motor City inizia prepotentemente, con una scena d’azione ben girata e la sorpresa nello scoprire l’assenza di dialoghi, perdendosi purtroppo man mano che la storia procede. Fortunatamente, proprio quando stavamo per abbandonare ogni speranze, il buon Potsy consegna ciò che la sequenza d’apertura aveva lasciato intendere ed ecco che nell’ultima mezz’ora la vendetta finalmente si concretizza regalandoci il piacere di assistere a un susseguirsi di combattimenti messi in scena con grande maestria e tanta creatività. Tra le tante va segnalato uno scontro in ascensore da antologia, al quale la sala non ha potuto che rispondere con un fragoroso applauso.
In conclusione ci sentiamo di dire che, nonostante le criticità evidenziate sin ora, non riusciamo a non apprezzare un’operazione barcollante ma fortemente ispirata, che seppure rischia di restare vittima della propria ambizione, riesce a portare a casa un risultato soddisfacente, con un finale talmente bizzarro da fare il giro. Avremmo dovuto chiederci “perché?” e invece, senza neanche rendercene conto, ci siamo ritrovati a sbattere le mani ancora una volta.