Il maestro del cinema coreano Park Chan-wook trae il suo No Other Choice dal romanzo The Ax di Donald E. Westlake, già adattato sul grande schermo nel 2005 da Costa-Gavras. Che cosa ci troviamo davanti dopo l’ottimo, ammaliante e denso Decision to Leave?
Man-soo è un uomo come tanti altri: padre di famiglia e capo reparto in un’azienda che produce carta. L’azienda viene rilevata da una compagnia americana che decide di operare significativi tagli del personale e Man-soo si ritrova senza lavoro. Questo significa rinunciare alla casa, alla serra che aveva appassionatamente allestito, alle lezioni di tennis della moglie, all’abbonamento Netflix, insomma a tutte quelle cose che si era costruito con sudore e fatica nell’arco di una vita. Quindi arriva la crisi, l’incapacità di risollevarsi, di doversi reinventare e l’obbligo di rinunciare a molto di ciò che possiede.
Il nostro protagonista è un uomo debole, insicuro, espressione di una classe media che vive di abitudini e che non sa vivere nell’imprevedibilità. La soluzione? Uccidere tutti i concorrenti che possono soffiargli il posto nei colloqui con altre aziende cartiere. E qui ci aspetteremmo il Park cinico che ci mostra la violenza brutale di un uomo mosso dalla disperazione e dal rancore di un mondo che tenta di eliminarlo.
E invece no. O almeno, vediamo questo, ma non ci sono né brutalità efferata né spietatezza inflessibile: Man-soo è un uomo ridicolo e allora le sue macchinazioni per uccidere i colleghi (ridicoli esattamente quanto lui) sono comiche e grottesche, quando non fallimentari. Lui, come gli altri, è vittima in una società in cui chi detiene il potere opprime e umilia le classi subalterne e crea le condizioni perché queste diventino frustrate, nevrotiche, psicotiche, quindi potenzialmente pericolose. E queste dinamiche di potere sembrano essere un tema ricorrente, se pensiamo a un altro titolo importante come Bugonia di Yorgos Lanthimos.
Tuttavia, il regista coreano rifiuta la prevedibilità e questa volta sceglie il registro comico per descrivere uno scenario tragico a lui congeniale. Lo fa in modo impeccabile, inanellando delle sequenze adrenaliniche e potenti in cui una situazione rocambolesca sostituisce l’altra, centrando un ritmo del racconto che sa rallentare e improvvisamente accelerare con grande naturalezza. Non mancano neppure le pennellate d’autore e l’uso magistrale della camera che sappiamo essere caratteristica di uno dei filmmaker più talentuosi della sua generazione: le dissolvenze poetiche, i primissimi piani di alcuni dettagli e i movimenti di macchina che costruiscono lo spazio.
La scelta del comico annacqua il messaggio politico e la riflessione sociale? No, affatto, e anzi riesce a rendere la condizione umana contemporanea ancora più compassionevole e inerme. Alla fine, Man-soo deve arrendersi alla logica dell’homo homini lupus, alla legge del più forte che soverchia il più debole, diventando anche lui parte di quella catena gerarchica di cui prima era stato vittima. "Non ho scelta" è una frase che sentiamo ripetere più volte da personaggi diversi e in situazioni diverse: è il titolo del film e infatti è la chiave di lettura per leggere tutta la pellicola. È, infine, la frase che sancisce l’accettazione dell’ingiustizia, del marciume del sistema che punta a corrompere gli uomini e trasformarli da oppressi a oppressori.
Noi, seduti comodi sulle nostre poltrone e con una buona dose di moralismo, ci diciamo che una scelta ci deve essere e che si può sempre scegliere tra il bene e il male. Park Chan-wook, dietro quella comicità che in parte ci vuole divertire e in parte indorare la pillola, ci dice che forse una scelta non c’è davvero e, alla luce dello stato irreversibile delle cose, dobbiamo adeguarci al sistema e ai suoi meccanismi, se vogliamo sopravvivere.