Si propone di essere molte cose Norimberga di James Vanderbilt. In primis, con intento programmatico, un film che affronta il celebre processo ai gerarchi nazisti del 1945/46 uscendo dalle classiche dinamiche di accusati e accusatori, crimine e riparazione, Male e Bene.

Vanderbilt, anche sceneggiatore, trova nel saggio di Jack El-Hai Norimberga – Il nazista e lo psichiatra l'angolatura che cercava: quella del rapporto di fascinazione/repulsione che il Reichsmarschall Hermann Göring (Russell Crowe) induce pian piano nel giovane e ambizioso medico Douglas Kelley (Rami Malek), mandato a scrutare nella sua mente per comprendere non solo le origini del male, ma pure le sue imminenti strategie di difesa.

Il film si sviluppa dunque nella prima parte sulla falsariga di tanto genere thriller basato sul confronto, ravvicinato o virtuale che sia, fra un serial killer e i “mindhunter” che gli danno la caccia (ricordiamo che Vanderbilt ha sceneggiato Zodiac), da Il silenzio degli innocenti in giù.

Ma Norimberga è anche, tramite una storyline secondaria ma affatto trascurabile, una messa in scena delle questioni giurisprudenziali e delle considerazioni politiche che hanno portato all'istruzione, del tutto irrituale per l'epoca, del processo stesso, ponendo le basi del diritto internazionale e del concetto di crimine di guerra per come li intendiamo oggi – tralasciando però gli interessantissimi dilemmi morali che l'iniziativa ha stimolato.

Infine, il film vira deciso verso il procedurale quando si arriva al dibattimento in aula, nel quale la figura di Kelley cede il passo del confronto polemico col temibile Göring a quelle del giurista statunitense Robert H. Jackson (Michael Shannon) e britannico David Maxwell-Fyfe (Richard E. Grant): qui, pur con andamento volutamente anticlimatico e antieroico, i due riescono comunque a far sì che il nazismo venga inchiodato senza appello alle proprie colpe agli occhi del mondo.

Più che le parole dei due, però, la parte del leone dal punto di vista espositivo la fanno le reali immagini di repertorio dei campi di concentramento, girate dagli Alleati al momento della liberazione: e che Norimberga, pur non volendo scientemente giocare di retorica, trovi il suo punto di maggior forza proprio in questi filmati (peraltro esposti con dovizia di particolari persino troppo insistita, da vera e propria pornografia del dolore, in particolare dei sopravvissuti) non può che deporre a favore di una certa debolezza intrinseca.

Pur godibile, il film resta infatti indeciso fra argomentazione razionale e sottigliezza emotiva, fra quadro d'insieme e personalizzazione, con personaggi definiti più dal loro ruolo attanziale che dal tratteggio in fase di sceneggiatura: la figura di Göring (monumentale e carismatico Crowe) fagocita tutto, Rudolf Hoess è ridotto a una figurina incolore, gli altri gerarchi nazisti sono semplicemente stolidi o patetici.

Resta un'idea forte – e affatto scontata – di fondo: che finché continueremo a liquidare i nazisti come mostri, individui ontologicamente diversi da noi, non riusciremo mai ad andare al cuore della banalità del male, e la storia in forme diverse si ripeterà in perpetuo.