Un aereo in volo verso Il Cairo, una panoramica sul paesaggio sottostante restituisce immagini del tutto differenti rispetto alle rovine e alle distruzioni cui, da tempo, siamo assuefatti, sebbene provengano da pochi chilometri di distanza. Il valico di Rafah è sigillato e presidiato: i gazawi sono prigionieri in un campo di sterminio. Intanto, una regista iraniana (Sepideh Farsi, auto-esiliatasi da tempo in Francia) sbarca in Egitto per il casting del suo nuovo film: vuole incontrare dei rifugiati palestinesi, ascoltare la loro voce, conoscere i loro pensieri. Troverà una giovane fotografa, Fatima Hassouna, ancora intrappolata a Gaza, dando lentamente vita, conversazione dopo conversazione, a un'amicizia destinata tragicamente a non durare, se non, in eterno, sullo schermo.
L'impianto del film è da cinema pandemico: la regista e la fotografa riprendono le loro conversazioni su whatsapp dalle rispettive stanze, e il film stesso si chiude in quelle stanze, concedendo solo poche, significative incursioni in un ‘fuori’. Qual è, dunque, questo ‘fuori’? Sono le fotografie che la giovane palestinese invia alla regista, le quali testimoniano sì dello spettacolo delle rovine, ma anche della tenacia di una vita che persiste malgrado tutto.
A tratti, il film assume le sembianze di un'esposizione fotografica per una retrospettiva, con l'artista stessa che fornisce alla propria opera un contesto emotivo. Ma questa operazione si rivela, in ultima analisi, un omaggio postumo: Fatem viene uccisa da un bombardamento aereo nell'aprile 2025, e non vedrà mai la sua mostra esposta a Cannes.
Nel corso di un anno di conversazioni (dall'aprile '24 all'aprile '25), assistiamo passivamente al progredire di una violenza sconsiderata e, al contempo, al lento esaurimento psichico di Fatem, il cui costante sorriso appare via via più smorzato, forzato. Spesso, sullo schermo, non vi è che il suo volto, e quasi ci si dimentica di non essere noi il suo (diretto) interlocutore. Fatem sembra parlarci dall'aldilà, dei suoi sogni naufragati, delle sue ambizioni di viaggiare per il mondo: ora vaga di schermo in schermo, infestando le nostre coscienze. Visione insopportabile, cinema di una crudeltà involontaria che, paradossalmente, si vorrebbe protrarre all'infinito, pur di non giungere mai all'ultima conversazione, pur di mantenerla in vita.
Le conversazioni sono continuamente disturbate da problemi di connessione: non solo quella di rete, così precaria a Gaza da costringere spesso Fatem rischiosamente a spostarsi in cerca di un segnale; l'iraniana e la palestinese tentano di comprendersi attraverso una lingua comune (l'inglese), ma la differenza di vissuto (le stanze d'hotel della regista contro gli edifici sventrati della fotografa) si fa costantemente sentire, senza però riuscire a minacciare mai la possibilità di un legame.
A differenza di La voce di Hind Rajab, dove Kaouther Ben Hania applicava una struttura di genere a un documento per trasformarlo in racconto, qui l'immaginario del disastro è già interamente presente nello scorcio di realtà condiviso: Farsi preserva le interruzioni di segnale come fossero un montaggio automatico, generando una suspense che lo spettatore riconosce come propria anche dei protagonisti della conversazione, ugualmente ansiosi di conoscere il destino l'uno dell'altra. L'avanzare dei bombardamenti crea così una frattura finale insostenibile, un divario esperienziale siderale tra la gazawi e i suoi interlocutori, generato dai limiti intrinseci del mezzo stesso di comunicazione.
L'enigmatico sorriso di Fatem racchiude in sé un lutto che non si riesce, o non si vuole, elaborare. Oggi, dall'aldilà, ci convoca a prestare attenzione: c'è ancora vita che vive, esistenze che si possono ancora condividere, nonostante le limitazioni imposte e le violenze perpetrate proprio per sopprimere ogni testimonianza, ogni memoria, ogni lutto. Attraverso la possibilità di un legame, Sepideh Farsi ci consegna un simulacro di amicizia, un lutto che cercheremo a lungo di elaborare.