“The connection with the other is the most scandalous way of dealing with yourself […] The comfort of avoiding it is a false comfortability […] Without clash there is no movement”, afferma Luca Guadagnino parlando della sua ultima fatica cinematografica (IndieWire, 27 novembre 2024). Un viaggio alla ricerca di quel sentire che sembra perduto in un’anestetizzata città del Messico, in cui si aggira, tra alcol, droghe e sesso, un disperato, sudato e attempato William Lee (un commovente Daniel Craig), affamato d’amore come i cannibali vagabondi di Bones and All (2022).

Tra le tante statue di cera (di hopperiana memoria) presenti in questi cruising bar c’è l’impassibile, distaccato, indifferente e indecifrabile Eugene Allerton (Drew Starkey), “freddo, scivoloso e difficile da prendere” come un pesce, incarnazione dell’inafferrabilità del desiderio, di quel luogo oscuro e impossibile da codificare; l’invisibile, il fuori campo, quel tra-due che fa confliggere due individualità, dando vita a nuovi significati, come le inquadrature che il montaggio cinematografico mette in relazione, in conflitto, in opposizione, per farle “baciare”.

L’ayahuasca diventa l’espediente narrativo per superare quella rete che separa (di cui in Challengers non ci è dato vedere il seguito), per denudare i cuori, attraverso una danza a due, dove i corpi si compenetrano a vicenda in distorsioni surreali, distruggendo le barriere, le difese, i muri, che impedivano l’intimità emotiva. Quell’intimità che ci porta ad arrenderci all’altro e che Guadagnino, in Chiamami col tuo nome, con sguardo pudico, manteneva segreta spostando la telecamera verso una finestra, un albero, un paesaggio.

L’invito del padre amorevole di Elio a vivere il desiderio fino in fondo, abbracciando anche il dolore che ne consegue, sembra rivivere dal primo piano struggente del finale di Chiamami col tuo nome, fino al volto raggrinzito e invecchiato di un Lee prossimo alla morte, il cui ultimo ricordo, che neanche una strega può cancellare, va spontaneamente a quella connessione esistita solo in piccoli attimi e momenti, ma che resta più viva che mai perché reale.

“I’m not queer. I’m disembodied”, dicono i personaggi evidenziando il sottile significato di un’etichetta il cui scopo, che spesso dimentichiamo, è proprio quello di andare al di là dell’etichetta stessa. La vera queerness, sembra dirci il regista, è uscire da noi stessi per poter finalmente amare, liberi dalle sovrastrutture identitarie. La “militanza matrigna” (come la definisce Pier Maria Bocchi), alla costante ricerca di sesso e sperma, sarà felice di vedere un Guadagnino che sguinzaglia l’eccitazione erotica dei suoi personaggi.

Ma quello che alla fine resta sono i gesti delicati, sfuggenti, invisibili, apparentemente insignificanti (come un semplice intrecciarsi di gambe in un letto), che custodiscono l’emotività dei personaggi, una verità indicibile, il loro cuore pulsante, che sembra poter vivere soltanto in proiezioni fantasma, ectoplasmi strabordanti di desiderio che altro non sono che puro cinema.

In un mondo che premia la fredda razionalità e l’autosufficienza, e che guarda con sospetto qualsiasi manifestazione emotiva di fragilità, disagio, imbarazzo (il cringe di oggi deriso dai rappresentanti del moderno bon ton), sembra non ci sia posto per quei gesti impacciati, ma carichi di significato. Come dice il filosofo francese Alain Badiou (non a caso intervistato da Guadagnino stesso su tematiche quali amore e desiderio), “penso davvero che l’amore, nel mondo attuale […] sia minacciato. E ritengo sia un compito filosofico, tra gli altri, difenderlo” (Elogio dell’amore, 2013).

Snobbato in Italia e dai premi americani, spesso antipatico a pubblico e critica per una presunta spocchia intellettuale e inviso persino alla comunità LGBTQ+, Luca Guadagnino, nel suo essere fuori dagli schemi, sembra non mettere d’accordo nessuno, sfuggendo ad ogni possibile categorizzazione ed essendo, quindi, intrinsecamente queer.