Bi Gan, il regista cinese di Kaili Blues (2015) e dell’osannato Un lungo viaggio nella notte (2018), torna sul grande schermo con Resurrection (2025), il suo terzo lungometraggio, un’opera ambiziosa e complessa che ha conquistato la critica internazionale e il Premio della Giuria al Festival di Cannes 2025.

Ciò che colpisce subito è l’estetica maestosa abilmente confezionata grazie alla maestria scenografica di Qiang Liu e alla fotografia di Jingsong Dong, nonché alle musiche suggestive degli M83, una sorta di macchina sinestetica volta a condurre lo spettatore in una esperienza immersiva con sonorità dream pop, elettroniche ed epiche, capaci di evocare atmosfere nostalgiche e sognanti.

Ci si trova catapultati in una narrazione sospesa tra realtà e sogno, nel racconto di un viaggio interiore che sfugge a ogni pretesa di linearità spazio-temporale e che per questo non è di facile fruizione, potendo risultare indigesta ai palati cinefili meno avvezzi all’astrazione e alla molteplicità stratificata delle citazioni, poiché Resurrection ha l’ambizione di fondere in un mastodontico poema le forme che il cinema ha assunto e le emozioni che ha generato.

 La contaminazione culturale fra cinema orientale e cinema occidentale è un altro aspetto molto interessante del film poiché mentre si intravede la tipica sensibilità orientale per il tempo sospeso e per la densità simbolica delle immagini, Bi Gan convoca contemporaneamente l’intero repertorio della modernità cinematografica occidentale sfociando in un ecletticismo talora smisurato e sublime.

Eppure, non si può negare che siamo al cospetto di un film profondamente misterioso il cui enigma si estende fino al titolo: la Resurrezione riguarda forse il continuo e tremolante mutamento di forma del protagonista (Jackson Yee), il Delirante che brucia come una candela di episodio in episodio? In un mondo in cui l’umanità ha barattato la sua capacità di sognare con l’immortalità, il giovane sognatore va controcorrente e intraprende un’odissea onirica attraverso le epoche e i generi. Una donna (Shu Qi, tra le interpreti più significative del cinema asiatico contemporaneo) ne segue la sua traccia attraverso il tempo, rappresentando il simbolico femminile immutabile e misericordioso sullo sfondo.

 Ognuno dei quattro episodi costruisce un’esperienza sensoriale attraversata da pochi eventi, secondo un percorso suggestivo che adotta codici visivi riconducibili a stili cinematografici precisi, come la prima parte che rimanda esplicitamente alla genealogia di Caligari e di Murnau. Nel primo episodio, infatti, palesemente ispirato al cinema muto e all’espressionismo tedesco, incontriamo il sognatore sotto forma di creatura dolente e mostruosa che ingurgita papaveri in una fumeria d’oppio e viene riportato in vita attraverso un gesto potentissimo della donna.

Una pellicola cinematografica gli viene innestata sulla sua schiena e da quel momento, la creatura attraverserà epoche e identità diverse, vivendo molte vite fino alla fine del mondo.  Alcuni decenni dopo, ad esempio, sarà un baro che raggira poeticamente una bambina in una truffa ai danni di un gangster; nell’ultimo episodio lo troviamo alla soglia del nuovo secolo mentre incontra un destino vampirico, mutando ancora forma.

Resurrection è un’opera ambiziosa, un viaggio mentale fantasmagorico forse un po’ eccessivo dotato di un fascino seduttivo delle immagini che non sembra convincere completamente nel suo complesso.