Mascherato da rivisitazione molto libera dell’Amleto di Shakespeare, Scarlet, il nuovo film d’animazione di Mamoru Hosoda, è in realtà un cammino dantesco attraverso l’Aldilà. Un viaggio di maturazione in cui la principessa Scarlet smantella a poco a poco le sue infuocate convinzioni. In questo suggestivo e gargantuesco spazio liminale tra vita e morte, presente e futuro, si gioca l’ambiziosa sfida di Hosoda, tradita quasi subito da voragini di scrittura e da un’animazione spesso non all’altezza.
L’avventura di Scarlet inizia proprio al momento della sua fine, quando sul punto di vendicare il padre Amleto, re di Danimarca, viene anticipata dal furbo zio Claudio che la prende in contropiede e la fa avvelenare. La rabbia e la sete di vendetta accendono la fiamma vitale di Scarlet quando sta per essere risucchiata dalle tenebre e le danno la forza per attraversare le lande infernali.
È a questo punto che l’animazione di Hosoda tocca il punto decisamente più alto, con splendide immagini aeree delle distese infere che si ramificano, sanguigne, come pulsanti capillari, in tutte le direzioni. Sopra questo deserto roccioso in cui appaiono come stalagmiti ossa e armature, incombe un surreale mare capovolto, attraversato di tanto in tanto da un enorme drago che sorveglia le anime dall’alto scagliando fulmini.
Le sequenze che aprono il film sono di una bellezza abbacinante, sicuramente superiori per fantasia all’immaginario povero e ripetitivo che caratterizza il mondo digitale di Belle, ultimo film di Hosoda. L’aspettativa all’inizio del film è massima. Sfortunatamente la meraviglia si rovescia ben presto nel suo opposto.
Grazie alle parole di una sorta di guardiano infernale, Scarlet scopre subito che anche suo zio si trova lì, bloccato in quel limbo, e sta cercando la strada per la vita eterna. Scarlet deve assolutamente impedirlo e ucciderlo definitivamente vendicando suo padre, allora si mette in cammino, cattiva e determinata. Presto incontra Hijiri, un paramedico pacifista morto nel futuro, il quale decide di unirsi a lei e accompagnarla, cercando di limitare i danni del suo passaggio e di salvare dalla morte le vittime della sua ira.
Nonostante l’abilità con la spada di Scarlet regali qualche spettacolare scontro con i soldati dello zio, il film diventa subito estremamente monotono e la narrazione piatta, riducendosi ad uno scontro dicotomico, tanto moralista quanto ripetitivo, tra il pacifismo di Hijiri e la sete di vendetta di Scarlet. La vendetta è sbagliata, uccidere è discutibile e ringraziamo Hosoda per avercelo ricordato, ma da un film di quasi due ore e dalle sue sfavillanti premesse ci saremmo aspettati qualcosa di più di un discorso che arriva, nel finale, a proporre addirittura la fine di ogni guerra. Sono inspiegabili invece le improvvise irruzioni dei momenti di ballo, sia dal punto di vista della rilevanza col racconto che da quello del buon gusto.
Sorprende anche l’approssimazione del worldbuilding: tutto ruota attorno a Scarlet e Hijiri, tutto accade per loro e i personaggi che capitano sul loro passaggio sono narrativamente degli zombie, dei cartonati privi di vita, delle funzioni matematiche. L’Aldilà di Scarlet quindi è, fuor di metafora, un mondo morto, interessante soltanto fino al momento in cui non se ne supera la soglia.
L’altra nota dolente del film è l’animazione. Hosoda tenta chiaramente un’ibridazione tra quella europea e quella giapponese, unendo disegno a mano e animazione 3D. Il risultato, come detto, in alcune occasioni è spettacolare, ma nella gran parte nel film è quasi ridicolo. Il punto più basso si raggiunge nella agghiacciante visione del futuro di Scarlet dove tutti ballano in una città che sembra un disegno non finito, talmente incredibile da sembrare un errore. Sono indifendibili, quanto esemplari, anche le rappresentazioni delle folle, brulicanti masse di teste appena abbozzate che ondeggiano come una gif.
In generale molti sfondi sembrano appena abbozzati, gettati lì con nessuna cura. Se il film fosse tutto su questo livello, forse il disagio si percepirebbe di meno, ma dopo le prime sequenze, e anche diverse altre intermedie, lo scalino risulta profondamente indigesto. Non aiutano nemmeno le musiche anonime, a differenza, per esempio, di quelle splendide che tengono in piedi Belle, ma che caratterizzano in generale l’opera di Hosoda. Si salva l’accurato impianto sonoro su cui è stato svolto un lavoro certosino per tentare di rendere credibili i tetri paesaggi inferi.
L’esperimento di Hosoda affoga dunque nella sua, seppur apprezzabile, ambizione. Un film che si prende tanto sul serio senza averne le possibilità. Non è chiaro se sia trattato di mancanza di tempo o soltanto di imperdonabili leggerezze, il risultato però è un disastro su tutti i fronti. Un’opera che dovrebbe raccontare il mondo dei morti, ma che è morta essa stessa. Potrebbe essere un’interessante proposta meta-cinematografica, ma sicuramente non erano questi gli intenti del talentuoso regista giapponese dal quale ci aspettiamo molto di più. Sarà per la prossima volta, Mamoru.