L’uso dell’imperativo nel titolo prende per le corna l’ultima fatica di Sam Raimi e la scaraventa all’istante fra i tentacoli del suo Drag Me to Hell del 2009. “Trascinami all’inferno” diceva Christine alla sua antagonista; “mandate aiuto” risponde Linda dalla spiaggia di Send Help. Se allora appariva strano che una giovane donna sfidasse qualcuno a portarla agli inferi, la richiesta di aiuto da parte di due colleghi in trasferta finiti cast away dopo un disastro aereo appare già meno provocatoria e anche più sensata. Ma è solo apparenza, e se ci divertissimo a dare a un film il titolo dell’altro non otterremmo nulla di assurdo.

Chi è la Linda Liddle di Send Help se non una Christine che ce l’ha fatta ed è tornata fra noi dopo le pene della maledizione eterna sganciatale dall’anziana zingara cui aveva negato un indispensabile prestito? Le due non sono poi troppo distanti: impiegata in banca l’una, in una grande azienda l’altra, entrambe colte nel momento cruciale dell’agognata promozione che aspettano da tempo, e già all’inferno dal primo giorno di assunzione, senza saperlo.

Se Christine è disposta a tutto pur di dimostrarsi più meritevole del collega con cui se la gioca, pagandola molto cara, Linda se la vede invece soffiare sotto al naso dall’amico di confraternita di Bradley, il nuovo a.d. che ha ereditato il timone dell’azienda dal padre defunto. Indefessa autosabotatrice, conciata da maschiaccio nerd poco attento all’igiene, aliena al fondotinta e con i capelli spenti raccolti da un mollettone, Linda pecca sul lato della rappresentanza, l’unico a interessare Bradley. Un pesce fuor d’acqua nel contesto aziendale e relazionale, candidamente all’oscuro delle ragioni della sua inadeguatezza, ma positiva e sorridente benché in liminare solitudine, diversamente dalla fidanzata ed elegante cugina di Drag Me to Hell.

Venti minuti in tutto quelli presi da Raimi per disegnare il contesto di partenza della Nostra, fino al disastro aereo. E lo schianto in volo consente a Linda di dimostrarci di cosa è capace il suo spirito di sopravvivenza se minacciato da uno stuolo di colleghi maschi fino a un secondo prima intenti a deriderla in branco, mentre il naufragio su un’isola deserta dell’oceano Indiano in cui solo lei e Bradley trovano salvezza rivela a lui molteplici abilità e sfaccettature di quell’irritante impiegatina della Contabilità. Linda, che proviene invece da Sviluppo e pianificazione (a proposito, Bradley e Linda: che problema avete esattamente con il reparto Contabilità?), soccorre Bradley ferito e zoppicante, scioglie i capelli e accorcia i pantaloni alla Huckleberry Finn diventando un femminile e tonico tom-boy, a suo agio nell’esplorare l’isola in solitudine e persino a duellare al sangue con un cinghiale da cucinare per cena.

Ribaltati i ruoli dalla sceneggiatura, Raimi ha mano libera nel giocare come piace a lui con i generi, apparecchiando nel paradiso tropicale una successione di incontri al miele e al veleno fra il nuovo capo e il nuovo collaboratore. Rom-com al contrario, horror demenziale, avventura, cartoon e film di lotta di classe e fra sessi, Send Help smonta ad ogni passaggio l’aspettativa generata da quello precedente, insinua dubbi e persino rispettive ragioni, roba da far sembrare Raimi un Asghar Farhadi chiamato a dirigere Tom & Jerry. Divertente, spaventoso e ambiguo, mescola in una struttura fieramente de-stratificata bene e male, minaccia e salvezza, senso e controsenso, per demolire senza regole i generi di cui si nutre, capovolti dall’alto al basso e ritorno, e le istituzioni-zattera della società americana: capitalismo, matrimonio transrazziale, ambientalismo, cultura woke e post-woke, individualismo.

Il piacere è tutto lì, nell’avventarsi puro di Raimi sui suoi naufraghi aziendali con la stessa piatta violenza e adrenalinico gusto che annientano il cinghiale trafitto dalla lancia di Linda e la pallina colpita dalla mazza di Bradley. Un po’ come se l’autore ci prendesse per il collo e ci sbattesse la faccia sul precipizio dal quale siamo belli e che caduti da un bel po’, facendoci però una pernacchia e non l’occhiolino. Ben ci sta.