Il cinema dei fratelli Vanzina ha sempre avuto i piedi ben piantati nella dimensione culturale, sociale e politica degli anni Ottanta, comfort zone che gli ha permesso di raccontare al meglio una generazione, mode, frustrazioni e vizi annessi, in bilico sull’asse Roma-Milano. Gli effervescenti e vacui anni Ottanta, tra televisioni private, pubblicità di derivazione americana e yuppismo rampante, sono stati il preciso habitat per la satira di costume approntata da Enrico e Carlo Vanzina, il primo sceneggiatore e il secondo regista.
Una lunga tradizione che ha proseguito ed espanso questo linguaggio colmo di neologismi giovanilistici fino ai Novanta, tentando di affrontare i mutamenti sociopolitici del paese, per poi rilanciarsi attraverso una formula autoreferenziale e nostalgica (forse a tratti persino teorica) dai Duemila in poi.
Sotto il vestito niente è uno dei manifesti assoluti della radiografia sociologica vanziniana applicata alla Milano da bere, un oggetto spurio e derivativo (solamente in apparenza) che nel tempo si è aggiudicato lo status di cult, nonostante qualche sopracciglio alzato da parte della critica persista ancora oggi.
Se all’origine c’è un romanzo di Marco Parma, opportunamente riscritto da Carlo ed Enrico (quest’ultimo abile giallista, leggete il suo La sera a Roma) e dal fido Franco Ferrini (quello di Caramelle da uno sconosciuto per intenderci), il film guarda ampiamente al thriller alla De Palma (da Murder à la Mod a Omicidio a luci rosse) e alla moda dell’erotico chic alla Adrian Lyne.
Ma attenzione! Sotto il vestito niente non è una pura e semplice imitazione italiana di modelli cinematografici statunitensi, bensì l’abile riscrittura degli stilemi vanziniani in forma di thriller. La satira di costume dei Vanzina Bros, non si cela solamente sotto la goliardia malincomica di Sapore di mare, Vacanze di Natale e Yuppies - I giovani di successo, ma si fa mirabilmente testo e corpo auto e meta riflessivo proprio nel loro manifesto giallo.
Più del precedente Mystère, Sotto il vestito niente coglie in fieri l’evanescenza di quel mondo e di quell’epoca, tra fiumi di cocaina, cover girls mozzafiato e risvolti di umorismo becero (il portiere feticista di biancheria intima), che traghettano consapevolmente il prodotto verso i lidi della parodia.
Non esiste alcun nesso tra il thriller all’italiana di Argento, Martino & co e la riscrittura dei topoi polizieschi da parte dei Vanzina e Ferrini, perché tanto il corpo femminile nel giallo anni Settanta era vivo e palpitante, tanto qui appare come una sorta di ologramma pubblicitario, uno spot cartellonistico fatto di nulla, in cui sotto l’appetibilità di un involucro vestimentario si cela il buco nero degli Ottanta.
Anche i delitti risultano diametralmente opposti a quelli presenti nei thriller della decade precedente. La messa a morte delle bellissime protagoniste avviene quasi sempre fuori campo, oppure con una dose limitata di gore, in piena antitesi alle mode grandguignolesche di matrice argentiana.
L’elemento gemellare e quello precognitivo appartenenti al coté psycho thriller, in mano ai Vanzina vengono rimodellati e ricontestualizzati fino a diventare dei cliché con cui giocare a demistificare il genere e a sbugiardare la vacuità dell’alta moda e della borghesia sanbabilina. Modelli della Milano edonista, opportunamente smontati anche nel successivo Via Montenapoleone, autentico controcanto rosa di questo puzzle giallo e postmoderno, in cui viene riutilizzata la top model danese Renée Simonsen, qui presenza dallo sguardo magnetico e perforante.
Due seguiti hanno chiuso il breve filone del thriller prêt-à-porter all’italiana, l’apocrifo Sotto il vestito niente II di Dario Piana (che contiene qualche buon frammento horror) e il sequel autentico realizzato dai Vanzina a ben 36 anni di distanza dal prototipo. Sotto il vestito niente - L'ultima sfilata, pur senza avere alcun legame narrativo con il film del 1985, tenta di replicarne la spudorata evanescenza estetica, ma c’è più soap che thrilling e l’inevitabile effetto nostalgia la fa da padrone.