Il punto di vista è il nucleo del racconto in Special Operation di Oleksiy Radynski, presentato al Festival di Berlino nel 2025 nella sezione Forum Expanded. Un punto di vista che è tecnologico e allo stesso tempo umano e assume un’importanza totale per il film, diventa la dimensione attraverso cui noi spettatori assistiamo alla narrazione.

Special Operation racconta l’occupazione della centrale di Chernobyl da parte delle truppe russe durante l’invasione dell’Ucraina, tra febbraio e marzo 2022. La quotidianità dei soldati invasori viene documentata dalle telecamere esterne della centrale, dalle lunghe panoramiche e dagli zoom che registrano con un impressionante dettaglio le attività delle truppe. L’intero lungometraggio si struttura a partire proprio dalla raccolta di queste registrazioni, montate insieme per restituire il racconto di quei giorni di occupazione, dall’arrivo delle truppe, fino alla loro partenza dopo cinque settimane.

Non c’è molto altro in Special Operation, un’opera che risulta forse più interessante per il suo progetto intellettuale che per la sua effettiva realizzazione. Alla luce del racconto mediatico che è stato fatto dal 2022 – da quando le truppe russe hanno invaso l’Ucraina – e alla luce di quello che è ormai un immaginario condiviso relativamente a questa guerra, un film come Special Operation fatica a scuotere realmente attraverso le sue immagini. La quotidianità delle truppe che occupano Chernobyl – e che tengono in ostaggio gli operai che vi lavorano – si aggiunge alle già note documentazioni del conflitto in corso e non è mai effettivamente raccontata nei suoi aspetti più disturbanti.

L’unico momento in cui emerge l’elemento straniante delle immagini è quando i soldati russi cominciano a coprire le telecamere all’interno della centrale, presumibilmente per impedire una documentazione delle loro azioni. È una sequenza disturbante nella misura in cui, con quell’azione, i soldati invasori mirano a sopprimere l’unico punto di vista che noi abbiamo su quanto avviene all’interno dei corridoi della centrale, un atto di estrema violenza che rievoca le azioni violente della guerra in corso più di quanto riesca a fare il resto del film.

Come si diceva, però, la prospettiva scelta per raccontare tale vicenda suscita riflessioni intellettualmente stimolanti, perlomeno per le modalità con cui le telecamere interagiscono con i soldati russi, unici soggetti delle loro registrazioni. I campi lunghi delle telecamere, posizionate sulla parte alta dell’edificio, accompagnati dagli zoom e dalle panoramiche, danno l’idea, da un lato, di una testimonianza in tempo reale, in attesa di qualcosa che potrebbe verificarsi in mezzo a quella quotidianità; dall’altro, proprio in virtù della distanza fisica dai soggetti rappresentati, spoglia i soldati russi di qualsiasi umanità, rendendoli semplici pedine all’interno di uno scenario bellico più grande di loro.

Le telecamere esercitano ora sui soldati russi un potere indiscutibile, le loro azioni vengono documentate anche negli aspetti più banali – alcuni soldati che si passano una bottiglia di Coca-Cola – rivendicando la capacità di vedere e, in questo modo, raccontare. Vista in questi termini, la scena in cui i russi coprono le telecamere nei corridoi assume un significato ancora maggiore, perché il loro tentativo di cancellare ogni traccia si scontra con l’impossibilità di passare completamente inosservati. Le loro azioni finiscono per essere condannate a diventare immagini e a rimanere nel tempo.