“It’s not an ordinary conversation…
it makes me feel… something”
La conversazione è incastonato fra i capolavori di Coppola degli anni Settanta: uscito dopo Il padrino parte I (1972) e candidato al premio Oscar per il miglior film insieme a Il padrino parte II (1974) il film vinse la Palma d’oro a Cannes, la prima per Coppola, prima del trionfo di Apocalypse Now (1979). La conversazione rappresenta anche un progetto più personale del regista e, nonostante sia l’unico dei suoi film di quel periodo con una sceneggiatura originale, è un’opera difficile da vedere senza perdersi in un caleidoscopio di riferimenti cinematografici e letterari.
La storia è quella di Harry Caul, investigatore privato esperto in intercettazioni, solitario e ossessionato dalla privacy, a cui il direttore di un’azienda commissiona la registrazione del dialogo di una coppia: l’intercettazione dovrà avvenire all’aperto e in pieno giorno, una sfida tecnica affascinante per il protagonista che si considera un artista nel suo campo.
Come dichiarato da Coppola in un’intervista con Brian De Palma (The Making of The Conversation – An Interview with Francis Ford Coppola, 1974), l’idea centrale del soggetto nacque intorno al 1966 da una conversazione fra il regista e I. Kirshner sulle nuove tecnologie utilizzate dagli investigatori privati. Le riprese cominciarono solo molti anni dopo nel 1972 all’inizio dello Scandalo Watergate.
Quando il film uscì, due anni più tardi, il mondo dello spionaggio era stato completamente stravolto. Ma il film descrive ancora la realtà delle intercettazioni selvagge, prive di una vera e propria regolamentazione: è qui che si muove il protagonista, interpretato da Gene Hackman, alla cui recente scomparsa si deve il ritorno in sala del film. Il personaggio di Harry è molto diverso dai ruoli a cui Hackman si era legato negli anni precedenti - fra tutti quello di Jimmy ‘Popeye’ Doyle ne Il braccio violento della legge (1971) - ma rappresenta una delle sue interpretazioni più memorabili, che colpisce ancora di più se si prova ad entrare nella complessità di questa figura.
Facciamo un passo indietro. Non è un caso che nel 1966, l’anno a cui Coppola fa risalire l’origine del soggetto, uscì nelle sale Blow-up. Il regista non ha mai nascosto di aver guardato come modello al film di Antonioni, a sua volta ispirato al racconto Le bave del diavolo di J. Cortázar. Il rapporto fra i due film è esplicito sin dalla prima scena con il mimo che insegue Harry, impegnato nell’intercettazione, che riprende la partita di tennis fra mimi nel finale di Blow-up. In Antonioni è l’immagine che rivela, ad ogni sguardo, una realtà diversa e nuova, mentre nell’opera di Coppola è la conversazione registrata nella prima scena ad assumere progressivamente significati diversi. Non solo.
La conversazione origliata in modo ossessivo si insinua nella psiche del protagonista, rivelandone le debolezze più profonde fino a guidarlo nella lettura della realtà: oltre al modello cinematografico e allo spunto tecnologico, La conversazione è un film profondamente psicanalitico, come il suo modello letterario più esplicito, Il lupo della steppa di H. Hesse. La psiche di Harry, omonimo del protagonista del romanzo di Hesse, e la sua crisi interiore sono il nucleo del film. Le sue ossessioni riecheggiano nel motivo insistente della colonna sonora di D. Shire, come nei movimenti di camera: in casa del protagonista la macchina da presa si muove come le telecamere di sicurezza.
Leggendo la bozza finale della sceneggiatura colpisce la trasposizione di una scena: nel film Harry e Ann (Cindy Williams), la ragazza della conversazione, non si parlano mai se non in sogno. Nella sceneggiatura il dialogo non era onirico: Harry seguiva davvero la ragazza dopo averla vista. Lo spostamento è più coerente con la riservatezza di Harry che difficilmente avrebbe confessato il suo passato e la sua paura.
Nel sogno, invece, Harry può svelare le radici del suo senso di colpa irrisolto. Il dialogo onirico con Ann è l’unico momento in cui il protagonista rivela qualcosa del suo passato: la malattia, la madre che rischia di ucciderlo abbandonandolo nella vasca da bagno. Tutto condensato nell’ultima frase: “I am not afraid of death. I am afraid of murder”. Nell’intervista con De Palma, il regista affermò di aver attinto in parte alle sue esperienze d’infanzia per creare questi frammenti del passato di Harry e la scena del sogno rivela tutto il potenziale psicanalitico del film.
La radice psicanalitica e il rapporto del protagonista con la realtà sono forse gli elementi che più differenziano La conversazione da Blow-out ma anche dalle riprese successive dello stesso motivo: Blow-up di B. De Palma, I misteri del giardino di Compton House di P. Greenaway. Al centro del film di Coppola c’è solo lo svelamento della realtà, ma soprattutto il viaggio nella psiche del protagonista, i cui traumi sono riattivati dalla registrazione.
La conversazione, ascoltata e riascoltata, e la figura di Ann, materna come tutte le donne che ruotano intorno a Harry, risvegliano il suo senso di colpa, facendolo regredire a uno stadio infantile, come un bambino impotente che origlia la vita degli adulti, dei genitori, mentre alla tv passano dei cartoni animati.