Per comprendere la scelta narrativa adottata da Satoshi Kon per Millennium Actress (2001), è utile recuperare, parafrasandola, la dichiarazione di Dutton Peabody (Edmond O’Brian) a Ransom Stoddard (James Stewart) in L’uomo che uccise Liberty Valance (1962). Come l’esaltato West anche il cinema, sin dalle origini, è stato mitizzante, pertanto “se la leggenda diventa realtà, vince la leggenda”. In particolare per i divi, la cui fisionomia caratteriale è spesso desunta dai film che hanno interpretato.

Chiyoko Fujiwara, la venerata star giapponese da decenni ritiratasi dalle scene benché fosse al culmine professionale, è conosciuta soltanto tramite i molteplici personaggi che ha interpretato nel corso della lunga e fortunata carriera. Straordinario simbolo di un certo cinema nipponico del Novecento ormai scomparso (gli studi cinematografici smantellati) di cui però non si conosce il vissuto privato.

È una leggenda, ma qual è la realtà? Da qui parte la personale ricerca del giornalista Genya Tachibana – ammiratore di Chiyoko – accompagnato da un giovane cameraman che non sa nulla del glorioso passato dell’attrice ma finanche del cinema d’antan. Una recherche – passionale – sulla falsariga di quella del cronista Jerry Thompson (William Allan) di Quarto potere (1941), con Tachibana che vorrebbe sapere cosa rappresenta quella chiave che ha trovato moltissimi anni prima sull’ultimo set in cui era presente l’attrice. Un piccolo oggetto che potrebbe aprire un inconfessabile mistero, ed è, infatti, la Rosebud – adolescenziale – di Chiyoko. Ma al contempo è un Mcguffin narrativo, perché è il passe-partout per dischiudere la serrata esistenza della diva.

La lunga intervista, costruita con flashback a incastri, ripercorre la vita dell’attrice attraverso i film che ha interpretato. La finzione (leggenda) prende il sopravvento, come ugualmente Satoshi Kon mistifica maggiormente l’anime – genere di per sé non reale – nell’immettere Tachibana e il cameraman dentro i flashback, dapprincipio come osservatori e successivamente con Tachibana che s’immedesima animatamente in alcuni personaggi che corrono in soccorso della diva. Magia dell’animazione che consente qualsiasi sospensione della realtà espandendosi verso la fantasmagoria (leggenda), ma parimenti prodigio dell’incantatore cinema che può mitizzare qualsiasi atto quotidiano.

E a ciò si aggiunge l’affabulante racconto di Chiyoko, un serrato Coming of age tra infanzia difficile, successo professionale e un’infatuazione bruciante non compiuto. Millenium Actress è un biopic fittizio, alla stregua di Viale del tramonto (1950), però Satochi Kon, autore anche della sceneggiatura, non mira al cinismo di Billy Wilder ma punta su una struggente nostalgia di un tempo ormai finito e crollato, oltre ché del rimpianto di un amore perduto. Il viaggio narrativo, innescato dall’intervista, è il riassunto dell’incessante viaggio sentimentale di Chiyoko per ritrovare quello sconosciuto di cui si era innamorata, in una furtiva situazione dalle sfumature molto cinematografiche. Un amore totale e devoto che l’ha spinta a intraprendere la carriera d’attrice per viaggiare e sognare.

Vita privata e cinema si mischiano (quello che crediamo sia realtà, è viceversa una scena di un film in cui sta recitando) come al contempo questo excursus memorialistico, tramite la mitizzazione filmica, è un riepilogo della storia del Giappone. Gli studios sono abbattuti per far posto a qualcos’altro, mentre le improvvise scosse di terremoto segnalano la finitezza della vita. Quel – modo di fare – cinema è scomparso, molti divi sono morti oppure sono invecchiati e si sono ritirati, però quei film potranno essere rivisti, con il rewind c’è la possibilità di riavvolgere le sequenze e la leggenda, come appunto fa Tachibana all’inizio guardando una delle ultime scene del terminale film di Chiyoko.