Dopo un’incursione nel genere storico con Hana, il regista Hirokazu Koreeda torna a dirigere un dramma famigliare, Still Walking. Il racconto si avvolge, più che svolgersi, attorno ad un rituale della famiglia Yokoyama: l’annuale ritrovo a casa degli anziani genitori per onorare la memoria del fratello maggiore deceduto.

Il punto di vista privilegiato è quello del secondogenito Ryota, che approfitta della ricorrenza per presentare ai genitori e alla sorella la sua nuova moglie Yukari, vedova con un giovane figlio. Durante le ventiquattro ore che intercorrono fra il loro arrivo e la loro ripartenza, viene a delinearsi un denso mosaico di relazioni umane, ricco di sfumature emotive, di questioni irrisolte affidate a frasi lasciate in sospeso, di violenta rassegnazione quanto di unità dinnanzi allo spettro della morte.

Alla sua uscita nel 2008, Still Walking era nettamente l’opera più riuscita di Koreeda dal punto di vista della scrittura. L’autore riesce qui a restituire l’ambigua complessità di qualsiasi famiglia, distillarne il passato e le contraddizioni unicamente attraverso piccoli gesti quotidiani. Ciascun personaggio è memorabile, dettagliato senza scadere nel prolisso e perfettamente naturale.

Nonostante tutta questa ricchezza, emerge l’immagine della famiglia come dominio dell’incomunicabilità: nessuno dei personaggi apprezza davvero nessuno degli altri e neppure si fanno troppi problemi a esplicitarselo, ma nondimeno non esiste attrito che generi un confronto. La ritualità funebre che avvolge il loro incontro assorbe la tensione, la proiezione della morte sembra annientare la volontà d’imporsi dei personaggi e ricordargli che il tempo passato insieme ha già un incommensurabile valore intrinseco.

A un livello ancora più profondo, la solidità dell’istituzione famigliare scricchiola quando i suoi membri non si dimostrano all’altezza del ruolo impostogli dalla tradizione. È un contesto conservatore di evidente divisione fra uomini incapaci di provvedere al proprio nucleo o senza eredi a cui tramandare il mestiere e donne imperfette come figlie o mogli, fra generazioni che non hanno nulla da spartire all’infuori di cortesia di facciata.

Alla classica maniera di Koreeda, solo i bambini riescono a sfuggire dal giogo della ritualità e delle aspettative tradite, dai monolitici assi di genere e di ruolo sociale, suggerendo una visione limpida e aprendo spiragli di possibilità verso futuri migliori.