Il film d’esordio di Michael Mann, Strade violente, torna restaurato in versione 4K in seguito a un lavoro diretto dal regista stesso. Vengono recuperate alcune inquadrature, ma soprattutto ci si ritrova davanti a un film ancora più cupo, ancora più dentro la notte buia di Chicago dove ci si perde nel dedalo infinito di strade ed edifici.

Frank (James Caan), dopo anni di prigione, gestisce un bar e una concessionaria di auto usate: due attività che sono una copertura per le sue attività criminali, furti di notevole maestria e dal lauto guadagno. Nel frattempo, però, incontra Jessie, la donna giusta per mettere su famiglia e iniziare una vita felice; ma prima serve un ultimo monumentale furto. Per farlo è necessario scendere a patti con un potente gangster locale, ma rinunciare alla propria indipendenza significa mettersi dentro un turbine di interessi e contrasti da cui è impossibile uscire illesi.

La notte dentro il labirinto urbano è il cronotopo dentro cui si svolge l’intera pellicola, sia fisicamente che moralmente. I personaggi con cui facciamo i conti, come spesso accade in Mann, sono spesso ambigui, in costante oscillazione tra il rispetto di una legge (giuridica o interiore che sia) e l’attrazione per un vizio, solitamente il denaro e la brama di potere, o un’ambizione.

Questi personaggi sono immersi dentro uno spazio geometrico che si espande e si mostra incessantemente. Rivelando quello che sarà poi un tratto distintivo del suo sguardo autoriale, Mann costruisce e decostruisce un’architettura complessa di luoghi studiati e violati da chi li percorre. Il persistente attraversamento di questi spazi, per di più dentro una dimensione notturna resa ancora più fatale dal recente restauro, provoca e comunica lo smarrimento esistenziale di personaggi in una brutale e violenta lotta per la sopravvivenza.

Parallelamente, i dialoghi – spesso presso tavole calde e ristoranti, come conferma l’iconica scena di The Heat con i magistrali campi e controcampi di Mann – sono i momenti in cui i personaggi rivelano parti di sé, cercando di conquistare o ingannare l’interlocutore, affidandogli sogni o menzogne, promesse o illusioni. Quasi tutte le comunicazioni sono inaffidabili, in un modo o nell’altro; l’unica sincera è quella tra Frank e Okla (Willie Nelson), il suo mentore.

E non è un caso che quest’ultimo muoia, lasciando il protagonista ancora più solo e senza punti di riferimento dentro l’inferno abissale della città. Solo Frank – e la moglie Jessie, in quanto figura angelica, estranea a un mondo spietato di cui subisce solo gli effetti –, forse proprio perché erede di Okla, sembra dare valore alle parole: le misura, non le spreca e non fa mai uso di perifrasi ed eufemismi. La sua è una vera economia della parola, mentre tutti intorno a lui straparlano e la tradiscono puntualmente. D’altro canto, tutti i personaggi, nessuno escluso, comunicano con i loro gesti, col modo secondo cui si muovono negli spazi.

In questo senso la prova di James Caan è decisamente potente – probabilmente la sua migliore insieme a quella ne Il padrino – per il controllo del corpo e della mimica. I suoi occhi e il suo sguardo perforano il silenzio e il suo corpo si staglia sulla scena, inscalfibile e autorevole, fino alla fine. Non a caso Mann, attraverso gli occhi e le mani del suo protagonista, più volte insiste nel mostrare con estrema precisione i procedimenti con cui avviene lo scasso della cassaforte, come fosse un’arte esoterica, un’opera d’artigianato.

Come spesso accade in questo tipo di narrazioni – si veda anche il successivo Carlito’s Way – più il protagonista intende “uscire dal giro”, più la malavita ti attira dentro una morsa mortale e ti costringe a soccombere a un destino segnato dall’infelicità. Così il protagonista è sempre più solo, sempre più costretto al cinismo e portato all’autodistruzione o alla vendetta.

Questo scenario oscuro e destabilizzante è amplificato sublimemente dalla colonna sonora dei Tangerine Dream. La loro musica elettronica, fin dalle magnetiche sequenze iniziali concentrate da subito sui gesti e sulla maestria tecnica dei personaggi, scandisce gli attimi, guida i movimenti, li incalza e li trascina dentro un vortice senza sosta. Così come l’inizio anche la chiusura è perfetta: nessuna parola, solo azioni e sguardi nello spazio che diventano mortiferi (letteralmente portatori di morte), elevati quasi a giudizio universale dalla chitarra elettrica che invade la scena.

Strade violente è un esordio potentissimo che rivela un autore già sicuro e fine conoscitore dei generi che attraversa. Dietro le etichette (soprattutto quella del neo-noir), è mostrata con disillusione lo smarrimento esistenziale dell’uomo del secondo Novecento, veramente mai capace di essere libero, oppresso com’è da ogni lato dai diversi e ormai invisibili poteri.