Scenario. Uno Stato attacca una nazione limitrofa, a conti fatti decisamente più indifesa, causando principalmente vittime civili. Una terza forza interviene per arrestare quello che rischia di essere a tutti gli effetti… un massacro? Un genocidio? No, non stiamo parlando di Israele e Palestina. Russia e Ucraina? Nemmeno. Parliamo della “Boravia” che invade il “Jahranpur”. Per quanto riguarda il terzo attore, va da sé che a questo punto non si tratti dei Caschi blu dell’ONU. Non è un uccello, non è un aereo… è proprio il Superman di James Gunn.
Vi vedo sogghignare disincantati, ma c’è poco da ridere. Intendiamoci, non c’è neanche da prendersi troppo sul serio. Non è forse James Gunn a riportarci nel rassicurante territorio dei blockbuster vestendo Zlatko Burić — il mitico Milo dei Pusher di Refn e l’oligarca russo di Triangle of Sadness — con i panni ridicoli di Vasil Gurkhos, “Presidente di Boravia”? E va bene, ma per quanto stereotipato possa apparire questo conflitto geopolitico — che, ce lo ricorda proprio Superman, più che altro è una vera e propria invasione militare — è impossibile ignorare quanto faccia eco al nostro presente.
La questione di fondo la pone proprio Lois Lane (Rachel Brosnahan, già fantastica Mrs. Maisel), amante segreta e riluttante di un Superman bambinone (David Corenswet), ma prima di tutto collega del suo alter ego Clark Kent. Insomma, una giornalista con una propria identità e una visione indipendente degli eventi. Legata sentimentalmente al protagonista, ma non per questo accondiscendente.
In quella che resta una delle sequenze più interessanti del film, Lois intervista Superman mettendo in crisi i principi delle sue azioni, come l’impresa in Jahranpur. Sì, Superman ha agito in maniera istintiva, facendone una questione umanitaria semplicissima: mentre un intero popolo subiva, lui aveva i mezzi, i poteri, per salvarlo. Ma la Boravia è politicamente alleata con gli Stati Uniti e sui notiziari — peggio, sui social media — fioccano critiche e insulti.
C’è un altro dettaglio, non trascurabile. Superman non è americano. È un extra-terrestre del pianeta Krypton, a tutti gli effetti un immigrato. Come può un alieno decidere le sorti del nostro mondo? Come può farsi rappresentante di una nazione della quale non è originario? Messo davanti a certe implicazioni, Superman (Clark) comincia a mostrarsi insofferente verso Lois. Sarà pure un alieno, ma dai terrestri è stato adottato e da loro ha appreso tutto. Proprio tutto, compresa la permalosità dell’uomo che non vede nella compagna un’alleata mossa da amore incondizionato. Anche Superman, come la maggioranza dei maschietti, è in cerca di un affetto (materno) senza riserve.
Troppa carne al fuoco? Questi sono solo alcuni dei temi che James Gunn riesce a inanellare nell’incipit. Facendo tabula rasa dell’archetipo, disinteressandosi alla origin story di un personaggio dei fumetti rimasticato da Hollywood, non resta che concentrarsi sulle sue motivazioni. Se non rivoluzionaria, la mossa appare molto intelligente: si può tornare ad avere fiducia nello spettatore, si può fare affidamento sulle sue emozioni, sulla sua conoscenza del presente e non del mito di Superman.
Un tempo di missili, soldati che puntano senza esitazione il fucile contro i bambini, interessi politici ed economici ben più intricati dell’etica, parole e significati risemantizzati alla bisogna, insicurezze social(i). Segni più che familiari che servono a catapultarci in un cosmo finzionale al quale possiamo immediatamente credere.
Rieccola, la lezione mitopoietica dei fumetti, persa in anni di ossessive pratiche crossmediali. Non si tratta di un atto di rottura, semmai di voltare le spalle al modello Marvel (Studios) che non solo è imploso, ma che ha trascinato con sé il contraltare cinematografico della DC Comics. La continuity che ambiva a espandersi per mano di Zack Snyder e sotto l’egida Warner, prendendo come riferimento i toni cupi dei Batman di Christopher Nolan, per la prima volta ha una chance concreta di “quagliare” con un film d’intrattenimento che riesce a parlarci in modo diretto, ma soprattutto inaspettato.
Insomma, James Gunn sceglie di prendere posizione. Non credo serva chiarire che siamo immersi fino al collo nelle dinamiche commerciali e che lo spirito irriverente dei suoi esordi alla Troma non può essere replicato. Quindi, ecco, non aspettiamoci atti sovversivi che se ne infischiano dei meccanismi produttivi. Ma il fatto stesso che si discuta da più parti di un Superman “woke” (e non su testate fittizie come il Daily Planet) è indicativo della direzione intrapresa.
Sintomatico quasi quanto il profilo Instagram della Casa Bianca che si riappropria del poster del film appiccicandoci la faccia di Donald Trump, o il consolato israeliano di Los Angeles che a un’immagine dei soldati dell’IDF (generata dall’AI) ha accoppiato l’hashtag #The_Real_Superheroes. Nel mondo immaginario di Metropolis — che, è bene ricordarlo, sarà una città fittizia ma pur sempre parte degli Stati Uniti — secondo Gunn c’è posto per tutte le contraddizioni contemporanee.
I tempi sembrano maturi per personaggi a tre dimensioni, complessi e almeno un po’ scomodi. Cattivi che siano davvero cattivi, non “curabili” o incompresi (come nella peggiore tradizione del Marvel Cinematic Universe). Diamo quindi il benvenuto al Lex Luthor di Nicolas Hoult, se non più incisivo di Gene Hackman, ancora più inquietante di Kevin Spacey e Jesse Eisenberg. Un miliardario sadico con complessi di inferiorità che prova un autentico disgusto per gli immigrati, tanto da giustiziare a sangue freddo un venditore di falafel.
Il magnate super-tech che vende armi alla “Boravia”, pronto a sfidare ogni legge umana e fisica. Il volto teatrale dei talk show che lancia hashtag assurdi per screditare l’avversario (come #secretharem, che pur riferendosi ai kryptoniani resta tristemente attuale, in odor di islamofobia). La sintesi metaforica, ancor prima che parodica, di Elon Musk e Donald Trump.
E Superman? Più affine a Clark Kent, seppur in mantello e calzamaglia. Per citare Umberto Eco: “pauroso, timido, di mediocre intelligenza, un po’ goffo”, che “impersona in modo abbastanza tipico il lettore medio assalito da complessi e disprezzato dai suoi simili”, circondato da relazioni tutt’altro che idilliache. Come il suo rapporto con Lois, quello con i genitori adottivi (che di base dà per scontato, come tendono a fare i figli), quello con i colleghi superumani (la “Justice Gang”, con la quale ha da ridire anche nel bel mezzo di una battaglia). Perfino il rapporto con il cane Krypto sembra complicato. Tutto è funzionale a comporre il ritratto del boy scout in crisi, con un senso di bene e male molto nitido… e gusti musicali discutibili, come il dichiarato trasporto per il nu-metal cristiano dei P.O.D.
Sfruttando la dimensione corale alla stregua di Guardiani della galassia e The Suicide Squad, Gunn predilige alla coerenza del racconto una ragnatela di personaggi inadeguati e importanti tanto quanto il protagonista. Si è già detto di una Lois Lane più radicale, ma vale la pena citare l’empatico-misantropo Mr. Terrific (l’irresistibile Edi Gathegi), il Guy Gardner/Lanterna Verde narcisista (Nathan Fillion) e Jimmy Olsen (Skyler Gisondo, improbabile playboy che sembra ancora tenere un piede in Licorice Pizza di Paul Thomas Anderson).
Perché la morale di Superman, per quanto virtuosa o viscerale, non basta in un tempo che ha interesse a livellarla, a ridicolizzarla. Solo una sensibilità comunitaria e irrimediabilmente partecipata può contrapporsi alla strumentalizzazione delle informazioni, magari sfruttando e capovolgendo gli stessi mezzi di offesa e manipolazione. Come l’influencer interpretata da Sara Sampaio, che qui viene commutata nell’arma della resistenza.
Tocca all’essere umano, con le sue imperfezioni, sballare gli algoritmi e demolire le strategie di una tecnologia completamente assoggettata alla supremazia capitale. E ancora una volta il pensiero va ad attualissime e ben più serie campagne diffamatorie, al senso di impotenza che proviamo nei confronti del potere costituito. Sempre più grottesco, sempre più feroce, ma che è anche sempre più tracotante, esposto, isolato.
Ci vuole una forza non indifferente a nuotare nel mainstream. A operare nelle istituzioni non lasciandosi istituzionalizzare, difendendo il proprio spirito critico circa le “cose del mondo” e mantenendo intatti ritmo e umorismo. E non serve che James Gunn ci ricordi quanto si senta ancora un outsider, magari piazzando in modo piacione Punkrocker dei Teddybears e Iggy Pop sullo scorrere dei titoli di coda.
Perché Superman non fa la rivoluzione, ma nel suo essere al contempo apocalittico e integrato resta un film con un’anima riconoscibile, rivitalizzante come il sole giallo che lo inonda e colora. In questo tempo, è ciò di cui abbiamo bisogno.