In apertura della sezione Un Certain Regard al Festival di Cannes del 2023, poi presentato al Biografilm 2024, la fiaba moderna di Thomas Cailley musicata da Andrea Laszlo de Simone riflette sulla corporeità umana mischiando la crudezza del mondo animale con la storia di una famiglia alle prese con la propria disgregazione. Scritto prima della pandemia eppure sensibile alle tematiche del contagio e dell’isolamento, The Animal Kingdom non ha potuto servirsi del nuovo lessico sanitario ma è riuscito ugualmente a comprendere il doppio rapporto della malattia con l’identità e la collettività.

La Francia di un futuro vicino è affetta da un inspiegabile morbo che trasforma chi ne è contagiato in animale. Le ‘‘creature’’ vengono confinate in apposite strutture dove inutili cure tentano di ripristinare le sembianze e le facoltà umane che la lenta ma inesorabile mutazione porta via agli infetti. François (Roman Duris) e il figlio Émile (Paul Kircher) si trasferiscono vicino a una di queste strutture per assistere la moglie Lena, la cui metamorfosi è ormai giunta a uno stadio avanzato. Mentre Lena è dispersa nella foresta a seguito di un incidente, l’adolescente Émile si destreggia tra i primi amori e i contrasti con il padre, cercando di nascondere i primi sintomi «animali» che inizia a manifestare.

Oscillando tra thriller, fantasy e fantascienza – pur senza sbilanciarsi in questo gioco di generi – il film ricalca le trame classiche del coming of age accompagnandoci nel percorso di crescita di Émile. Come con il precedente The Fighters, Cailley predilige nel racconto una vena intimista, tenendo sullo sfondo le critiche al mondo contemporaneo che porterebbero l’ispirazione ecologista suggerita dal titolo a farsi vera e propria weltanschauung. L’umanità rigenerata che sembrerebbe voler nascere da questa epidemia – sappiamo infatti che la malattia è ereditaria – non trova dunque una degna giustificazione, rendendo il binomio uomo/natura l’ingannevole sfondo di potenziali risvolti politici.

Ma l’imparzialità di giudizio sfuma nel momento in cui i corpi mostruosi riescono a  raccontare la diversità e la sua accettazione, innestandosi in maniera efficace nel racconto di formazione del giovane adolescente. In questo senso Le Règne Animal utilizza la secolare contrapposizione natura/cultura come pretesto per raccontare con originalità la pluralità dei corpi, collocando i propri personaggi entro la schiera di freaks che popolano la storia del cinema. Gli splendidi corpi difformi di questi mezzi uomini e mezzi animali sono esseri marginalizzati, anomalie la cui presenza disturbante denuncia la mostruosità stessa dell’uomo.

Lasciando maggiore spazio alle conseguenze che questo evento paranormale porta sul piano degli affetti, i mutanti di Cailley rispondono solo debolmente alla chiamata di un’umanità nuova. L’abbozzo di un possibile ritorno allo stato di natura e di una conseguente nuova stirpe di uomini, diventa in realtà lungo il film il racconto di una comunità di emarginati costretti a progettare di punto in bianco la propria sopravvivenza. "Offendetene uno e li offendete tutti" era il motto dei Freaks di Browning, ed un simile senso di appartenenza sembra rendere coese delle creature ancora troppo impreparate al sorgere di un ‘’mondo nuovo’’.

Mettendo forse troppa carne al fuoco, le ibridazioni animali di Cailley si fanno portavoce di una retorica di libertà – tra tutti Felix, uomo-uccello che deve imparare a volare – che, nuovamente, più che mettere in questione i valori di un mondo che va ripensato, è soprattutto supporto al cammino di emancipazione di Émile verso l’età adulta.