Emma (Zendaya) e Charlie (Robert Pattinson) si sposeranno tra meno di una settimana. Questo matrimonio è l’esito naturale di una storia d’amore che ha i contorni della favola perfetta: la coppia si è conosciuta in un bar – lei stava leggendo, lui ha fatto finta di aver letto il libro per provare a parlarle; e poi sono arrivati il primo appuntamento, il primo bacio, la convivenza in un appartamento a Boston.

La cerimonia è alle porte, quasi tutto è pronto: il vestito è scelto, così come la fotografa e la dj, gli invitati sono confermati. Mancano i fiori e il menu, che viene testato dai promessi sposi in una cena con l’amica Rachel (Alana Haim) e il marito Mike (Mamoudou Athie). A quella cena, dopo l’ennesima bottiglia di vino, il quartetto finisce a discutere su quale sia la cosa peggiore che abbiano mai fatto. Mike ha usato la sua ex come scudo in un momento pericoloso; Rachel ha chiuso un compagno di classe in un armadio e l’ha lasciato lì per ore; Charlie non ne è sicuro, dovrebbe pensarci, forse ha cyberbullizzato qualcuno a scuola.

Emma, invece, sa benissimo quale sia stata la sua azione peggiore. Risale al periodo dell’adolescenza, quando si sentiva sola e presa di mira dai suoi coetanei, ed è un’azione talmente violenta da essere tale nonostante non l’abbia nemmeno portata a compimento, ma solo pianificata. Lo shock con cui i presenti accolgono la rivelazione è la crepa nella favola perfetta.

In questa recensione il segreto non sarà esplicitato, ma sarà inevitabilmente discusso: perché se, in superficie, The Drama racconta il tentativo di Charlie di elaborare il fatto che la donna che ama potrebbe non essere la persona che credeva, il lungometraggio scritto e diretto da Kristoffer Borgli racconta qualcosa soprattutto del rapporto della generazione millennial con estetica della violenza e performatività.

Emma, infatti, appartiene alla prima generazione cresciuta con un accesso illimitato a Internet. Un luogo sterminato, con un numero infinito di comunità virtuali che possono costruirsi tanto sulle passioni in comune quanto sullo stesso tipo di disagio e, talvolta, sui modi distruttivi per affrontarlo. Ognuna di queste comunità ha una propria liturgia, basata prevalentemente sull’estetica: non è raro, per fare un esempio, che un blog pro-anoressia su Tumblr si affidi più alla rappresentazione idealizzata della malattia che a ragionamenti argomentati per propagandarla.

È una dinamica difficile da comprendere per chi non ci sia cresciuto dentro, ma il contesto della cosa peggiore che Emma (non) abbia mai fatto sta tutto qui: anche la violenza, su Internet, ha una sua estetica, potenzialmente attraente per chiunque – figuriamoci per chi, come lei, ci si è trovata dentro a quindici anni, senza supervisione adulta – ed è forma prima ancora che sostanza. Aderire a quell’estetica non rivela tanto un’indole inerentemente violenta, quanto una natura fragile e influenzabile.

Per quanto Charlie cerchi di razionalizzare il segreto della sua futura moglie, cercando traumi infantili o scrupoli di coscienza, la verità è molto più semplice. Emma è arrivata a un passo dal compiere un’azione terribile perché l’immaginario di quell’azione era intrigante; quando il suo disagio si è dissipato, quell’immaginario ha perso presa su di lei.

Le reazioni sconvolte e aggressive degli amici di Emma e la spirale di paranoia in cui cade Charlie a pochi giorni dalle nozze, peraltro, hanno contorni più performativi che etici. Questo perché, sebbene sia difficile stabilire una gerarchia di gravità tra grandi gesta solo immaginate e meschinità reali, è altrettanto vero che Emma è l’unica dei quattro a non aver, in concreto, fatto del male a nessuno. Eppure nessuno dei presenti, a parte lei, sente il bisogno di mostrare rimorso.

La reazione, inoltre, è negativa soprattutto perché la rivelazione di Emma è pubblica, e in quanto tale richiede una condanna manifesta da parte dei presenti: se la confidenza fosse stata fatta in privato, tête-à-tête (Charlie lo dice esplicitamente), è probabile che non sarebbe esploso nessun dramma.

È da questo nodo, insomma, che emerge il dilemma più interessante avanzato da The Drama: le favole a cui abbiamo creduto da adolescenti e le fantasie a cui ci siamo aggrappati, per quanto terribili e violente, sono il seme della nostra indole adulta? Le reazioni che abbiamo nel nostro punto più basso mostrano ineluttabilmente chi siamo? E infine – quanto della nostra bussola morale è dettato dall’opinione che gli altri hanno di noi?

In questo senso, The Drama non mette davvero sotto processo i suoi protagonisti, ma la tentazione di ridurli ai loro momenti peggiori. E allora il punto non è più stabilire chi abbia fatto peggio, ma capire cosa resta dopo: se esista davvero una soglia oltre la quale smettiamo di essere perdonabili, o se quella soglia cambi a seconda di quanto, negli altri, siamo disposti a riconoscere noi stessi.