Ci sono un Figlio, una Madre e un Padre. Sono nascosti sottoterra da più di vent’anni, in un bunker a sua volta nascosto dentro una miniera di sale. Qualcosa è successo al pianeta, la superficie è diventata ostile; chiudersi lì dentro era l’unico modo per salvarsi.

Con loro vivono anche un’amica della madre, un dottore e un maggiordomo. Insieme, hanno tutte le comodità che un gruppo di sei persone potrebbe desiderare durante la fine del mondo: elettricità, scorte sconfinate di cibo, un pianoforte, una macchina, una piscina, abbastanza quadri in salotto e tempo libero da poter esporli a rotazione, abbinandoli secondo tema e colore per simulare il passare delle stagioni.

Il Figlio (George MacKay) è nato nel bunker e non ha mai visto il mondo esterno: può solo immaginare come sia vedere il cielo, affidandosi alle foto e ai racconti dei genitori. Ha un rapporto profondo e complesso con sua madre (Tilda Swinton), ex ballerina ossessionata dall’ordine e dal rigore, tormentata dalla consapevolezza di aver abbandonato la sua famiglia per salvarsi. L’istruzione del figlio è invece affidata al padre (Michael Shannon), una volta magnate petrolifero. I due sono immersi da mesi nella scrittura della biografia del genitore, raccontata attraverso una lente marcatamente revisionista che presenti l’uomo come esportatore di risorse e progresso, piuttosto che come sfruttatore e causa indiretta della rovina del pianeta.

Nonostante la forzata vicinanza – o, forse, proprio a causa di questa –, i rapporti familiari sono caratterizzati da bugie, non detti, silenzi di cui il Figlio non si rende conto, non avendo mai avuto un punto di vista diverso. La situazione cambia con l’arrivo di una Ragazza (Moses Ingram), scampata al disastro climatico abbandonando la sua famiglia e approdata per caso nella cava di sale.

Questa è la premessa di The End, opera prima di finzione del documentarista Joshua Oppenheimer (L’atto di uccidere, The Look of Silence). Il film, melodramma musicale post-apocalittico dalla durata notevole – circa due ore e mezza – muove dal desiderio di Oppenheimer di esplorare cosa significhi sopravvivere alla fine del mondo immersi nel lutto e nel senso di colpa, ed essere costretti a mentirsi per poter sopportare quel peso.

In questo senso, l’idea di raccontare la storia attraverso un musical crea in partenza una dissonanza notevole tra l’uso canonico del cantato nel genere musicale e l’uso che invece ne fa il regista. Se, tipicamente, la canzone del musical dovrebbe infatti portare avanti la trama o offrire uno scorcio nel sentire emotivo dei personaggi, The End la impiega invece spesso per rallentare la narrazione e sottolineare le mezze verità che i protagonisti raccontano a loro stessi. L’operazione, interessante dal punto di vista teorico, a lungo andare tende a essere straniante, guidando lo spettatore verso un approccio sempre più distaccato nei confronti dell’anonima famiglia e appesantendo così la visione.

L’arco narrativo del Figlio, per esempio, fa coincidere in gran parte la sua maturazione sentimentale ed emotiva con la scoperta delle menzogne raccontate dai familiari. Lui è l’unico, nel bunker, a non soffrire il peccato originario di essere un sopravvissuto: per contrasto, quindi, il ragazzo rappresenta inizialmente una sorta di simbolo di purezza e di innocenza, libero dal peso di aver compiuto scelte a danno altrui.

Gli eventi di The End intaccano quella purezza; eppure, proprio nel momento in cui potremmo esplorare più a fondo che cosa significhi diventare adulto e trasformarsi in complice, la storia si concentra su altri personaggi, relegando il protagonista sullo sfondo e troncando il rapporto empatico creato finora tra lui e lo spettatore.

Oppenheimer, del resto, non ha alcun interesse a elevare i suoi protagonisti a emblemi di un male superiore: “Prendo molto seriamente ciò che ha detto Primo Levi sul fatto che ci sono mostri intorno a noi, ma sono troppo pochi per preoccuparcene: ciò che conta sono gli esseri umani comuni, come noi, come il Padre”, ha detto il regista presentando The End in anteprima al Biografilm.

“E credo che siamo tutti quanti più responsabili e complici di quanto ci piaccia pensare. Ogni volta che leggiamo del disastro climatico, o del genocidio a Gaza, e non facciamo niente – o ci limitiamo a commentare con un’emoji sentimentale –, ci diamo il permesso di voltarci dall’altra parte, mettiamo l’ennesimo mattone al bunker che stiamo costruendo intorno a noi”.

Né mostri né esseri umani a tutto tondo, i protagonisti di The End sopravvivono e continueranno a sopravvivere a costo di condurre un’esistenza dedicata a dimenticare i loro errori. E in fondo, vuole suggerire Oppenheimer, la loro fine assomiglia fin troppo al nostro presente.