Nella storia del pugilato ci sono match leggendari. E poi c'è “l'incontro del secolo”, quello disputato da Muhammad Ali e Joe Frazier l'8 marzo 1971 per il titolo mondiale dei pesi massimi, in un Madison Square Garden gremito e con centinaia di milioni di persone di oltre 50 paesi davanti alla tv. Negli anni successivi fra di loro ci saranno altre due sfide, ma nessuna in grado di replicare la densità semantica di questa, fra eroi imbattuti (non sarà più vero in seguito, per entrambi) e portatori di due idee di U.S.A. molto diverse.
Per The Fight, cronaca di quella circostanza irripetibile, William Greaves sguinzaglia dunque cinque direttori della fotografia (Joseph Consentino, Stevan Larner, Terence Macartney-Filgate, Jimmie Mannas e Roland Mitchell) dietro e davanti le quinte dello storico evento, per delinearne il prima, il durante e il dopo, e riesce per nulla incidentalmente a raccontare le tensioni e gli anfratti di un'epoca.
Ali in quel momento è già decaduto dal titolo di campione del mondo, dopo aver rifiutato la coscrizione in Vietnam nel 1967, ed è diventato per questo e per le sue opinioni sui diritti dei neri (emblematico il suo ripudio del nome di nascita, Cassius Clay, perché “nome da schiavo”) un vero e proprio paladino dell'anti-establishment. È brillante, mattatore, abile con la lingua quasi come coi pugni, non gli mancano doti comiche e una naturale seduttività sul pubblico. Sembra baciato dagli dei per l'incredibile velocità nonostante l'imponenza, che sulla carta dovrebbe sfavorirlo.
Fraser, il campione in carica, è invece un tipo di poche parole, scostante, che sibila i suoi insulti ad Ali compresso come una bomba pronta a scoppiare quando farà più male. Non è certo celebre per il pubblico eloquio, ma piuttosto come uno che procede a testa bassa. Contrariamente al suo rivale, del quale non si sa nemmeno se sappia incassare, visto quanto è sempre stato dominante nei combattimenti del passato, lui è disposto a prenderne tante aspettando il momento di sferrare il colpo fatale.
Con molto groove anni Settanta, nell'accompagnamento musicale ma anche nel dinamismo delle riprese, caratterizzate da zoom e subitanei movimenti di macchina a seguire le forze dialettiche in campo, Greaves e i suoi registrano il clima di un periodo conflittuale ma vitalissimo, tra eventi ufficiali e momenti informali, il chiacchiericcio popolare delle strade e quello delle feste più esclusive, le opinioni dal barbiere e dalla bocca degli esperti addetti ai lavori.
Descrivono una nazione in febbrile attesa di guardare due neri, pagati a peso d'oro ma senza che – qualcuno obietta – ciò porti alcun beneficio concreto alla loro comunità di appartenenza, prendersi la scena del mondo intero davanti a un pubblico di pressoché soli bianchi (i posti a sedere al Madison Square Garden costavano oltre mille dollari l'uno, come si polemizza in una scena del film).
Quando si arriva all'incontro, proposto qui nella sua interezza, le chiacchiere e la musica spariscono, e restano solo i due protagonisti, fra l'asprezza dei colpi sferrati e la concitazione del pubblico. Allora The Fight si fa più piano, descrittivo, lasciando al centro di una scena già sovraeccitata solo i due corpi, i loro movimenti e gesti atletici, le espressioni dei volti (peccato non sia possibile cogliere quasi nulla del trash talk fra di loro, che storia vuole sia stato memorabile, per chi ascoltò da vicino).
Ecco che il modo di stare sul ring li rispecchia alla perfezione: Ali svettante, elegante, quasi altero nella sua postura; Frazier tutto piegato in difesa, preparato a incassare– soprattutto nei primi round – ma ostinato e resistente fino a mandare l'altro al tappeto sul finire, e vincere poi il match ai punti per decisione unanime dei giudici. Non andrà così in futuro, con Ali che vincerà entrambi gli scontri successivi, ma se può esistere un'immagine emblematica dell'orgoglio nero, la loro di quel giorno si candida seriamente alla vittoria.