La vera gola profonda (Deep Throat) ha sdoganato il genere hardcore nella benpensante società americana d’inizio anni Settanta, divenendo uno dei maggiori incassi ed entrando nel linguaggio comune. D’altra parte, Mark Felt, l’informatore che passò la documentazione a Woordward e Bernstein sul caso Watergate, fu soprannominato “Deep Throat”...

Pellicola abbastanza sgangherata, è una porno-commedia in cui tuttavia emergono venature meste ed esistenzialiste. La protagonista Linda (Lovelace) non riesce a raggiungere l’orgasmo. Il perché è insito nel titolo... Per inciso, di commedia si può parlare solo per la rappresentazione cinematografica, mentre la vita sul set fu a tratti drammatica, per le violenze psicologiche e fisiche subite dalla protagonista.

L’hard, che sin dagli albori del cinema si è prefisso di appagare le pulsioni voyeuristiche e libidinose degli spettatori, ha sempre abitato un contesto torbido e contraddittorio, come hanno lucidamente testimoniato opere come Il pornografo (Inserts, 1974) di John Byrum oppure Boogie Nights – L’altra Hollywood (1997) di Paul Thomas Anderson. Quest’ultima, oltre a essere un apocrifo biopic su John Holmes, facendo una ricognizione sull’ascesa e caduta del porno americano tra gli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta prendeva spunto anche dalla figura di Gerard Damiano (1928-2008).

Ex parrucchiere, dopo qualche anonimo e dimenticabile filmetto a luci rosse, con Deep Throat – di cui fu anche sceneggiatore – centrò il bersaglio. L’enorme successo al botteghino gli permise di dare finalmente forma, in totale autonomia produttiva, alla sua inclinazione autoriale. E a un’idea di cinema hardcore che non fosse soltanto prodotto di consumo lussurioso, ma un vero e proprio genere con dignità artistica, dove le imprescindibili scene pornografiche si integrano in una trama coerente.

Non solo: genere solitamente disimpegnato e giocoso, con Damiano a emergere sono piuttosto il male di vivere, l’angoscia della finitezza, la violenza delle relazioni e la frustrazione di un piacere che non riesce mai a colmare davvero. Tra realismo e suggestioni metafisico-oniriche – come dimostra il successivo Miss Jones (The Devil in Miss Jones, 1973) – non è poi così azzardato collocare Gerard Damiano tra gli autori della New Hollywood, sebbene la sua parabola creativa si sia consumata in pochi anni, per poi spegnersi sotto il peso della crescente produzione di porno dozzinali, spesso fiaschi al botteghino, e di registi che tentarono invano di replicarne lo stile arty.

Tra le massime vette del “Damiano’s touch”, The Story of Joanna (1975) segna un ulteriore passo avanti sul piano stilistico e narrativo. Ispirandosi al romanzo Histoire d’O (1954) di Pauline Réage — che proprio nello stesso anno conobbe un’altra trasposizione, decisamente più mainstream, firmata Just Jaeckin e interpretata da Corinne Cléry — il regista sviluppa ulteriormente il suo discorso sulla violenza e la devianza che possono annidarsi nel rapporto tra uomo e donna (forse anche memore di quanto accadde sul set di Deep Throat).

Un rapporto perverso, in cui la donna si ritrova totalmente asservita all’uomo, fino a diventare un mero oggetto sessuale per lui o per altri uomini. Joanna (Terri Hall), sedotta dall’iniziale romanticismo di Jason (Jamie Gillis), finisce progressivamente per diventare sua succube, al punto che, in una delle sue richieste più umilianti, Joanna si ritrova truccata come una geisha per intrattenere gli ospiti maschili convocati da lui. The Story of Joanna è il più calligrafico dei film di Damiano, con un’attenzione quasi kubrickiana per la messinscena (ironicamente, Barry Lyndon è dello stesso anno), merito anche della raffinata fotografia di João Fernandes, che mette in risalto la freddezza dei rapporti umani e rivela come dietro l’eleganza della borghesia possa celarsi la più turpe perversione.

Benché ghettizzata nel vituperato genere hardcore, quest’opera dimostra come un porno possa essere meno pornografico di un film erotico mainstream. La coeva trasposizione di Jaeckin, imprigionata nei confini rassicuranti del soft per benpensanti e confezionata con la classica fotografia patinata da rivista osé, si rivela infatti poco più di una pellicola pruriginosa, che mette in scena una perversione ipocrita del sadomaso e del sesso, buona solo per i voyeur bigotti convinti di aver assistito a qualcosa di scandaloso.

Damiano, artisticamente più libero, mostra invece come in quei rapporti non ci sia traccia di gioia, ma soltanto meccanicità e sopraffazione. L’unico momento sessuale autenticamente beato e liberatorio si consuma quando il maggiordomo pratica una fellatio a Jason durante il massaggio: un dettaglio significativo, trattandosi di un rarissimo rapporto omosessuale nel cinema porno dell’epoca.

L’autenticità e la solidità artistica di The Story of Joanna si devono anche ai due interpreti, in particolare a Jamie Gillis (1943-2010). Non solo attore prestante e protagonista di una lunghissima carriera (oltre 470 film), ma soprattutto interprete capace di recitare con intensità e misura. Gillis era spesso scelto per ruoli di uomo rude, sessualmente dominante e perverso nei desideri, come dimostra lo ‘scorsesiano’ Water Power (1976) di Shaun Costello.

Nel film di Damiano è semplicemente perfetto: la grazia del portamento e la brutalità della sua depravazione mascolina si fondono in un’implacabile dialettica con la sua slave Joanna.