“No, voi non mi avete mai presa per il mio verso. Non m’avete capita. Io volli essere semplicemente un vostro compagno, e voi m’avete respinto e ricacciato nel mio sesso, mi avete costretto a restar donna perché vi facessi del male”. In Un anno di scuola di Giani Stuparich, Edda Marty, la giovane protagonista che nel film omonimo di Laura Samani prende il nome di Fredrika, detta Fred, si esprime con quella franchezza e quella libertà che i compagni hanno imparato a conoscere, e a temere, durante quell’anno di scuola che verso la fine del racconto volge al termine.
E avremmo giurato che anche Fred pronunciasse una simile frase – cosa che non è – nel finale in cui si congeda dagli amici dopo l’esame di maturità. Perché Samani adatta Stuparich modificandone l’epoca, e dunque costumi e linguaggi, ma rispettandone l’essenza, il ritratto di una giovinezza che vive amori e tormenti con l’intensità e la risolutezza tipiche di chi abita la labile soglia che conduce verso l’età adulta. E di una ragazza alle prese con la propria definizione identitaria, che cerca di farsi strada, e di farsi accettare, in una scuola (un mondo) costruita a misura d’uomo.
Stuparich pubblica Un anno di scuola nel 1929 ma lo ambienta nella Trieste del 1909, ancora sotto il dominio asburgico – un tema che riemerge a più riprese nella spinta irredentista che infiamma i tre giovani personaggi maschili, Mitis, Antero e Pasini: “la rivendicazione di Trieste all’Italia era la scopo delle loro vite”. In quell’anno, grazie a una “legge recente”, la “coraggiosa” Edda – “intelligenza temeraria” – è “la prima donna” a essere ammessa all’ottavo anno di un ginnasio maschile. Si tratta di una conquista fondamentale, che le permetterà di accedere all’università e dunque di costruirsi la propria esistenza, di essere padrona di sé stessa.
Sin dalle prime pagine Stuparich delinea la spinta all’autonomia della giovane, che soffre dell’incasellamento sociale cui l’essere donna la obbliga: Edda si lamenta con la sorella Hedwig di quel “soffocamento del suo estro vitale” a cui il liceo femminile di una “piccola città di provincia” come Trieste la costringe – Edda si è trasferita nella città giuliana, analogamente a Fred nel film, ma coi genitori, non solo col padre, e da Vienna, non da Stoccolma. Invidia pertanto i ragazzi, Edda, vorrebbe anche lei i “calzoni” e “mettersi a correre, saltar sui colonnini dei moli e fare al bagno la ginnastica più pazza”. E invidia la stessa sorella maggiore, rimasta a frequentare l’università in una “vera città come Vienna, dove le donne possono fumare, andare al caffè, rincasare la sera tardi, trattare alla pari coi maschi e discutere con loro”.
Ma se per Edda frequentare la scuola maschile è una conquista, per i ragazzi della classe la compagna ha un effetto destabilizzante: “Tutti si sentivano stonati”. La presenza femminile tra i banchi di scuola rompe i rodati equilibri, muta i comportamenti: Edda diviene il centro dell’attenzione e dell’attrazione dei compagni, che d’improvviso non si riconoscono più.
Lo sguardo retrospettivo di Stuparich colora lo spirito dei personaggi di una tensione alla modernità ancora di là da venire. Lo scrittore triestino, classe 1891, s’ispira agli anni della sua giovinezza, e ambienta il racconto tra le aule del liceo Dante Alighieri che ha frequentato da studente e nel quale ha insegnato come docente dopo la Prima guerra mondiale. La scrittura piana e delicata di Stuparich dona immediatezza al racconto ma al contempo lo riveste di malinconica dolcezza: è quella prosa di cui, nelle parole di Montale, citato nella postfazione all’edizione Quodlibet di Giuseppe Sandrini, “resta in cuore il tono musicale come una cara melodia che ci accompagni dal tempo dell’infanzia”.
L’adattamento moderno di Samani deve rinunciare, com’è ovvio, agli elementi storico-sociali così preziosi nel definire il clima culturale e umano del racconto, ma in qualche modo riesce a replicarne il tono e lo sguardo sui personaggi. La regista triestina, classe 1989, che a sua volta ha frequentato il liceo Alighieri, dove ha conosciuto e studiato il lavoro di Stuparich – ritrovato, come ha raccontato, durante il lockdown trascorso a casa dei genitori – compie un’operazione simile a quella dello scrittore, proiettando Un anno di scuola nel passato della propria giovinezza, nel 2007, anno della sua maturità. All’ispirazione letteraria si affianca lo spunto autobiografico: “Da adolescente, ho trascorso la maggior parte del tempo con un gruppo di tre maschi. Essere l’unica femmina mi sembrava un privilegio, ma comportava anche pressioni invisibili: loro potevano dire tutto ciò che volevano, mentre i miei desideri venivano percepiti come una minaccia”.
Il 2007 non è però soltanto l’anno del diploma della regista, ma quello di un momento storico per Trieste, l’apertura del confine con la Slovenia, entrata quell’anno nell’area Schengen. Nel film la notizia, affidata alla voce di un commento giornalistico, è sottolineata da un’immagine del mare fuori Trieste inquadrato dall’alto di una strada costiera, con l’azzurro che quasi fa sfumare il confine tra cielo e mare. Mentre un posto di frontiera ormai abbandonato diventa lo sfondo di un gioco amoroso.
La storia viene dunque proiettata su uno scenario totalmente diverso, ma resta sostanzialmente la stessa. Fred si trasferisce a Trieste per frequentare l’ultimo anno di scuola superiore e si ritrova in una classe di soli maschi – per renderlo credibile, un ITIS, istituto tecnico solitamente frequentato da una maggioranza maschile. Proprio per questioni di genere, il suo inserimento è particolarmente difficoltoso e traumatico perché, come Edda, catalizza l’interesse dei compagni, ma per ritrovarsi bersaglio di scherzi anche piuttosto grevi e umilianti, come il furto dei vestiti. Si aggiunga che il padre di Fred si è traferito a Trieste per gestire i licenziamenti all’interno di un’azienda dove lavorano molti genitori di compagni di scuola, un elemento di frizione sociale appena accennato ma che allarga il solco che la divide dai coetanei.
Fred stringe amicizia con tre compagni di classe in particolare, che portano gli stessi cognomi dei personaggi del racconto, ai quali in qualche modo si rifanno, per storie personali e caratteri: “Stavano bene insieme: l’aristocratico riserbo di Antero si fondeva con la rude e plebea franchezza di Mitis e con la generosità loquace di Pasini”. Fred diventa una del gruppo, che si allarga a quartetto, e ha accesso, prima donna, alla ‘Trappola’, una tipografia dismessa adibita a luogo di ritrovo dai tre amici.
Come nel racconto, Fred inizia con Antero una relazione tenera e palpitante, ancor più perché tenuta segreta ad amici e compagni – ma come nel racconto, tutti sono di lei segretamente innamorati, in particolare Pasini, a cui la lega l’aver vissuto un lutto familiare. Nel film Fred ha perduto la madre e Pasini il fratello: l’inverso del racconto, dove Pasini è orfano di madre, mentre Edda assiste alla prematura scomparsa della sorella – a causa di un male ereditato dalla madre che ammorba anche lei stessa, quasi un marchio, una tara matrilineare, insita nello stesso essere donna.
Il tema della morte funge da contraltare a quella spensierata giovinezza che i personaggi stanno vivendo e li introduce ai dolori della vita adulta. Ed è infatti l’ombra della morte – il tentato suicidio di Pasini, plateale nel libro, più ambiguo nel film – a mettere in crisi e disgregare le relazioni tra i personaggi, solo parzialmente ricucite nel finale, nel quale i giovani si ritrovano dopo gli esami, consapevoli d’aver vissuto un momento di vicinanza irripetibile ma con il rimpianto e l’imbarazzo di una distanza non più colmabile.
Sono sentimenti espressi nella fonte letteraria di cui Samani riesce a riprodurre l’autenticità e l’immediatezza grazie a una regia capace di stare ‘ad altezza di banco di scuola’. La macchina da presa si pone accanto e in mezzo ai suoi protagonisti, li segue e li affianca nei loro spazi, li osserva empatica e non giudicante: un’orizzontalità frutto di un accurato lavoro preparatorio con il cast di non professionisti.
Come già in Piccolo corpo, Samani dimostra di saper costruire e controllare il proprio ‘mondo’, attraverso gli spazi, i personaggi e la loro reciproca relazione. Un’inquadratura fissa che racchiude Fred, sola, con la testa appoggiata al tavolo tagliato da una lama di luce, mentre la presenza del padre è limitata a una voce e a una mano che entrano nell’immagine dal fuori campo; o il movimento speculare che apre e chiude il film: la carrellata in avanti che, sui titoli di testa, attraversa lo spazio antistante la scuola per poi mostrarne gli interni, disancorata dallo sguardo di un personaggio, e la carrellata a precedere Fred che, compiendo il percorso inverso nel finale, esce dalla scuola per trovarsi di fronte la città, dall’alto: promessa di un cammino saldo e consapevole verso un futuro ancora da costruire.