C’è una leggenda che di generazione in generazione, nei gruppi di maschi liceali in preda agli ormoni, viene tramandata: si tratta dell’”amica femmina”. Solo a pronunciare queste parole si rischia di attirare su di sé le attenzioni di tutta la scuola innescando un coro di sussurri e attirando un branco di belve pronte a guardare con sospetto e giudizio la ragazza. Si narra di una figura misteriosa che appare dal nulla e il cui solo presentarsi scatena occhiatacce e suscita sgomento tra i miscredenti; di una giovane donna capace di socializzare spontaneamente con i giovani maschi, andare d’accordo con loro e condividerne passatempi e abitudini.

Si dice addirittura che qualche ragazzo le abbia confidato fatti personali di cui solo i suoi migliori amici erano a conoscenza e che lei abbia fatto lo stesso, seppure in tanti ne dubitino. Secondo la leggenda questa fantomatica “amica femmina” non avrebbe nulla di diverso da tutte le altre ragazze, eppure nessuno di quegli adolescenti è mai riuscito a spiegarsi come riesca a fare ciò che fa. Sta di fatto che seppure tutti i membri del gruppo le siano amici e la trattino come una di loro, non è affatto una di loro e non ce n’è uno che non voglia portarsela a letto. Non a caso, sono davvero pochi quelli che credono alla leggenda.

Un anno di scuola, diretto da Laura Samani e ispirato all’omonimo racconto di Giani Stuparich, racconta proprio questa dinamica avendo per protagonista una ragazza svedese, Fred, che per tutta una serie di ragioni si trasferisce a Trieste per frequentare l’ultimo anno di scuola in un Itis composto da soli maschi. Sorvolando sulle innumerevoli altre storie che circolano sugli Itis italiani, dopo una serie di difficoltà la protagonista stringe una forte amicizia con 3 ragazzi, diventando parte integrante del gruppo, ma come la leggenda narra, non è difficile prevedere che piega prenderà il loro rapporto.

A questo proposito il film esplicita la propria direzione sin dalle prime scene e tra disegni di forme falliche, battute sconce, scritte eloquenti e scherzi di pessimo gusto diventa subito chiaro come uomini e donne vivano secondo regole profondamente diverse. Appare immediatamente evidente anche l’approccio che il film riserverà alla questione, con tanto di professoressa che spiega chiaro e tondo il concetto ai propri alunni/spettatori in maniera fin troppo didascalica, o personaggi che declamano poesie il cui significato andrà inevitabilmente a riflettersi sul loro percorso.

Questa spiacevole sensazione di immediatezza e prevedibilità è in fondo restituita anche dai protagonisti, i quali risultano estremamente tipizzati e rimandano a caratterizzazioni familiari al genere del teen movie. C’è il ragazzone grande, grosso e protettivo, il figo di turno apparentemente superficiale ma profondamente tenebroso e con un trauma alle spalle, e lo sfigatello alternativo con una sensibilità decisamente più spiccata. In mezzo a loro, la leggendaria Fred, l’amica femmina.

Un anno di scuola si presenta quindi come un film estremamente canonico nei personaggi che racconta e il contesto che mostra, andando a giocare esattamente con l’aspettativa che si ha dinanzi a rappresentazioni che ci appaiono come familiari e alle quali siamo abituati, per ricercare però all’interno di esse una verità sotterranea, alternativa. Per cui, seppure l’intreccio e lo sviluppo dei protagonisti si muovano su binari fin troppo precisi, la sincerità del racconto, la forza degli interpreti, la scelta delle canzoni e lo sguardo di una regista mai giudicante fanno emergere con chiarezza e potenza le sfumature di un rapporto d’amicizia estremamente complesso.

Ci sorge spontaneo allora credere che Laura Samani ed Elisa Dondi (entrambe sceneggiatrici) siano state figure leggendarie a loro volta, considerando quanto sia difficile raccontare così accuratamente una vicenda del genere senza averla in parte vissuta. La malinconica spensieratezza dell’ultimo anno di scuola, ancora troppo piccoli per immaginare un futuro, ma abbastanza grandi per annegare i pensieri nell’alcool. Quando si passano tutte le sere con il solito gruppo di amici, sempre al chiuso, al bar o al ritrovo (perché c’è sempre un ritrovo) e non si fa altro che bere, magari si fumano un paio di canne e se ci si annoia si prendono i mini-ciccioli e si va a far saltare qualcosa. Abitudini che Fred fa presto sue.

Più della quotidianità infatti, stupisce il modo in cui le autrici siano riuscite a raccontare le difficoltà e le complicate dinamiche che si vanno a creare nel momento in cui una donna si unisce a un gruppo di uomini. Quel senso di appartenenza e contemporaneamente estraneità che tutto il gruppo prova nei suoi confronti e la forza a lei necessaria per sopravvivere in un contesto in cui sarà sempre bersaglio, prima degli altri e poi anche dei suoi amici.

Il caso di Fred è infatti estremamente specifico, ritrovandosi in un paese straniero, circondata da soli uomini, evitata dalle altre ragazze e priva persino di una figura materna è completamente isolata in un contesto in cui l’offesa e lo scherno sono le fondamenta della socialità. Non avendo alternative, né persone su cui fare affidamento, non le resta che incassare colpi e rispondere con altrettanta forza per evitare di soccombere, laddove persino il padre si dimostra incapace di fornirle aiuto.

La forza e il carattere dimostrati dalla protagonista sono però immediatamente associate, dagli uomini, a caratteristiche maschili, mentre vengono interpretate dalle donne come il sintomo di una spiccata promiscuità. Difatti, come dicevamo, il ruolo dell’amica femmina non è socialmente contemplato, è leggendario, e la divisione scolastica che separa uomini e donne nel film è appunto una divisione anche sociale in cui il ruolo che si occupa e le possibilità di azione sono limitate dal proprio sesso.

È interessante poi notare come nella vita di questi personaggi i genitori appaiono assenti o del tutto inconsapevoli. Ci troviamo infatti davanti ad adolescenti privi di figure di riferimento, senza ambizioni, disillusi, abbandonati a loro stessi in una città che non sembra avere nulla da offrire e che cercano così conforto nel sesso, le sostanze e se capita l’amore. Un amore adolescenziale che la macchina da presa sa rendere immediatamente riconoscibile, che si presenta come esplosivo, sfuggente, istantaneo ed è inquadrato con una delicatezza disarmante.

Non c’è alcun sentimentalismo forzato o eccesso stilistico nella regia di Samani, sempre vicina ai volti dei personaggi, attenta a ogni sguardo, espressione o reazione e pronta a inseguirli con lunghe carrellate, che stiano correndo verso qualcuno, fuggendo da qualcosa o incamminandosi verso la prossima meta, quasi mai fermi e sempre accompagnati da una colonna sonora puntualissima, composta per intero da brani di band friulane.

Perciò nonostante la prevedibilità e le “solite rappresentazioni” ci sentiamo di esaltare Un anno di scuola, un film che riesce a raccontare con franchezza rara e illuminante l’esperienza di una ragazza in una realtà dominata dagli uomini e quella di un gruppo di ragazzi le cui vite vengono sconvolte dall’arrivo di una donna leggendaria, la quale, esattamente come è apparsa, scompare, consapevole che “non ti dimenticheremo mai, eri ed ora più non sei”.