Capire dove si celi davvero il punto di un film di Paul Thomas Anderson non è mai semplice. In Una battaglia dopo l’altra lo è ancora meno. Dove va cercato? Nel progetto coltivato per vent’anni? Nelle sue ambizioni da kolossal? Nelle scelte produttive tanto curiose quanto spiazzanti? Forse in nessuno di questi. La prospettiva più interessante si trova piuttosto in una tensione più profonda: quella di un regista che sceglie di svuotare il racconto (ispirato solo in parte a Vineland di Thomas Pynchon) di coordinate certe, per ripartire da un nucleo essenziale: gli Stati Uniti come teatro, due fazioni in lotta, una guerriglia, un conflitto che si ripete ostinatamente, sopravvivendo mentre tutto intorno muta.
All’origine c’è una battaglia personale: Pat e Perfidia, membri del gruppo rivoluzionario French 75, sfidano e provocano il colonnello Lockjaw; sedici anni dopo, con la scomparsa di lei all’interno di un programma di protezione testimoni e l’esilio del gruppo sotto nuove identità (Pat diventa Bob), quel conflitto riemerge (come se non fosse mai scomparso) intrecciandosi con una caccia privata che coinvolge la figlia nata da quella stagione di lotta.
Uno scontro intimo, dunque, ma alimentato da ragioni sociali profonde. Non è una guerra civile, come quella potenziale raccontata in questi anni da Civil War di Alex Garland, né un ritratto dei divari politici e ideologici americani, come promette di essere Eddington di Ari Aster. Almeno, non soltanto. Queste fratture fondative – irrisolte, stratificate, mai del tutto sopite – compongono un’atmosfera di fondo per un film sulle battaglie, sulle guerre, sulle rivoluzioni infinite, sui conflitti armati come unità minima degli Stati Uniti... quasi come un gioco, come un gioco di ruolo.
È un film pieno di azione, pieno di rivoluzione, movimento… un unico inseguimento, verso un costante conflitto infinito, verso una battaglia dopo l’altra. Ma sotto questa superficie si rivela una struttura più profonda, fatta di archetipi. Da una parte un gruppo di rivoluzionari, disordinati, giovani, meticci, impegnati nel sabotaggio, nella liberazione di campi profughi, nella sovversione di istituti bancari, nel danneggiamento dei sistemi alto borghesi. Dall’altro, l’apparato militare: inseguimento, pedinamento, controllo, disciplina, distinzione. Da un lato liberali progressisti, dall’altro suprematisti bianchi. Nel mezzo nulla: non serve un arbitro a questo film.
Siamo nel territorio dell’astrazione, dove tutto appare codificato, prestabilito, eppure pienamente tipologizzato. I comportamenti sono orientati e ritualizzati, resi manifesti, stilizzati fino a diventare espliciti. Perché, alla fine dei conti, Una battaglia dopo l’altra è un grande film sui ruoli, sulle parti: come nomi in codice da interpretare, come formule segrete da ricordare, come passaggi sotterranei da ripercorrere.
Ad ogni ripartenza è necessario tornare al proprio ruolo, ricordarne le regole. E in questo dispositivo tipologizzato è forse Bob Ferguson (Di Caprio) ad essere l’unico vero rivoluzionario, l’unico sabotatore del macchinario, rimasto indietro in questa lotta, quasi dimenticato nell’inseguimento, come un attore che non ricorda la parte o un giocatore che ha dimenticato le regole. Così, interrompendo il meccanismo, ne rivela la struttura.
A questo punto, con Una battaglia dopo l’altra Paul Thomas Anderson esce da quel meraviglioso anacronismo a cui ci aveva abituato (almeno in questi ultimi vent’anni) e ci butta nella mischia contemporanea, intrecciando riferimenti più o meno localizzati nel tempo. Eppure, che sia davvero un film sul presente non ci è dato saperlo (è fin troppo facile esserne certi). Di sicuro, però, più che un film sul passato e sul passare, si offre come un film sul ritorno e sul tornare: sulle battaglie mai del tutto morte, sulle rivolte mai del tutto sepolte.