Un taxi giallo inizia la sua consueta corsa per accompagnare una giovane donna tra la 44esima strada e la nona, nella notturna e trafficata New York. Se questa immagine si materializza in maniera così lampante nella nostra mente è grazie a tutti quei film in cui il taxi - doveroso menzionare Taxi Driver - non è un semplice veicolo di trasporto, bensì un simbolo, un emblema in grado di plasmare l’immaginario di una città e il suo way of life.
Per il suo esordio alla regia Una notte a New York (titolo originale Daddio) la sceneggiatrice e autrice Christy Hall predilige un single location movie, vale a dire un film ambientato in un unico spazio. Un’operazione che, all’apparenza può sembrare un modesto tentativo, ma nasconde numerose insidie, prima fra tutte il rischio di smarrire lo spettatore tra i dialoghi e privarlo dell’azione necessaria a trainare lo scorrere della storia. Una notte a New York non inciampa in questo sgambetto. E nel cinema sappiamo bene che la fortuna del principiante non esiste.
Inizialmente concepito come opera teatrale, il film rivendica una sua ragion d’essere grazie ad una sceneggiatura che sa osare e trasformare una vicenda ordinaria tra due sconosciuti - passeggera e tassista - in un’occasione di confronto personale, di dialogo autentico senza interferenze e senza filtri.
I nomi non sono importanti, così come l’età, quando ci ritroviamo a parlare con una persona sconosciuta, parte della nostra identità diventa superflua. Forse, è per questo che il nome della donna protagonista (interpretata da Dakota Johnson) non viene mai rivelato, mentre quello del tassista Clark (Sean Penn) viene pronunciato solo alla fine.
La conoscenza tra i due si disvela gradualmente come una matrioska, tra cinismo e sincerità, tra silenzi comodi e verità scomode, mentre sullo sfondo lo skyline di New York appare quasi irrisorio. Ciò che risalta sono gli sguardi che i due si lanciano in primo piano attraverso lo specchietto retrovisore; sguardi in tralice, diretti o sfuggenti che diventano sempre più complici, senza mai intaccare nella malizia o nel desiderio, semplicemente nel piacere di un dialogo aperto.
A causa di un incidente stradale, il taxi rimane bloccato nel traffico e ciò permettere a Girlie (il nome fittizio che verrà dato alla donna) e Clark di approfondire ancora più la conoscenza reciproca. Come durante una seduta psicanalitica, tra i due emergono ricordi personali, d’infanzia e intimi che si mescolano ad una invettiva da parte di Clark contro le app, contro le carte di credito che hanno sostituito i contanti e non permettono più le care vecchie mance e tutto ciò che viene osannato nella società moderna. Il tutto, all’interno del taxi, quello spazio-simbolo della solitudine newyorkese, della metropoli nevrotica che corre ininterrotta e che non si ferma mai.
Al contrario, per Girlie e Clark il taxi si ritaglia come il luogo di incontro e confronto per due solitudini sconosciute l’una all’altra che non temono alcun giudizio e il cui destino è probabilmente quello di non rivedersi più. A conversazioni sempre più profonde che riguardano la relazione sentimentale di Girlie intrapresa con un uomo sposato, fa da contraltare la regia in punta di piedi di Hall, che appare timida e minimalista come messa in soggezione dalla stessa macchina da presa.
Una notte a New York ascrive in sé un tempo diegetico coincidente che sembra non scorrere mai come il tassametro per la tratta dall’aeroporto JFK a Manhattan. Il film restituisce, nella sua apparente semplicità, la bellezza di un dialogo autentico, quello che sa prendersi il suo tempo, incurante e senza fretta di rimanere in silenzio o di giungere a destinazione.