Una scomoda circostanza – Caught Stealing marca un altro cambio di registro per Darren Aronofsky, che passa da un “kammerspiel” di grossa presa emotiva a un action d’antan duro e puro con venature parodiche del medesimo. Un ulteriore tassello che attesta il suo spiccato gusto nel miscelare generi, alternando all’interno anche toni e ritmi, e conferma della sua particolare attenzione verso i personaggi che narra. Un demiurgo spiccatamente umanista, un biologo che usa l’obiettivo della macchina da presa per scrutare le reazioni di selezionate figure umane (molecole di un complesso mondo) in situazioni limite.
In The Whale (2022) ha scandagliato le più recondite emozioni e ossessioni del protagonista Charlie (Brendan Fraser), un obeso auto-segregatosi in casa, mentre in quest’ultimo lungometraggio indaga/pedina il bello e slanciato Hank (Austin Butler), che si ritrova al centro di un pericoloso intrigo di mafia, soldi e droga. Variazione di genere ma opera che s’incastona perfettamente nei temi che, sin d’esordio, Aronofsky ha affrontato di film in film. Ossessione, timore del fallimento e prudenza nei riguardi del proprio corpo, benché quest’ultimo aspetto sia legato al percorso di maturazione che il protagonista affronta cercando di mettersi in salvo.
Hank, come alcuni flashback mostrano, è ossessionato dal ricordo dell’incidente d’auto che gli ha distrutto il fisico (un ginocchio maciullato) cambiandogli per sempre la vita: era una giovane promessa del baseball. Una vicenda che lo ha segnato e che recepisce come un imperituro fallimento, schivando il necessario affrancamento dal passato ubriacandosi o evitando di prendere decisioni coscienziose, come gli ripete costantemente la fidanzata/protettrice Yvonne (Zoë Kravitz). Hank ha una forma mentis da giocatore di baseball, si sente ormai out perché non ha raggiunto la prima base quando era necessario.
E ora per raggiungerla (salvarsi) deve giocare d’astuzia contro gli altri temibili giocatori di questa – pericolosa – partita, senza farsi cogliere in flagrante (il titolo originale Caught Stealing è un termine tecnico del baseball e letteralmente significa “colto in flagrante”). Una corsa alla base, in cui diamante (il campo di baseball) è la geografia urbana di New York, nella quale Hank deve evitare nuovamente i fallacci degli avversari, che al primo scontro hanno menomato maggiormente il suo corpo (asportazione di un rene).
Ecco, i brutali scontri che patisce il protagonista sono alcuni dei più vividi aspetti di Una scomoda circostanza, con il suono che amplifica calci e pugni rendendoli insostenibili al solo sguardo. Ma questo action, come accennato, è anche una pseudo-parodia. Un esercizio di genere, un ritmato “bric-à-brac” in cui sono presenti diverse scene proclivi al comico, che spezzano/spiazzano il culmine della brutalità del momento.
Come ad esempio la cruda tortura sulla ferita che Hank subisce per costringerlo a spifferare che cosa sa (e con un portoricano che sembra una caricatura uscita da un film di Spike Lee); o ancor più manifesta tutta la scena in cui i fratelli ebrei Lipa e Shmully (Liev Schreiber e Vincent D’Onofrio) sono con Hank nella casa dell’anziana Bubbe (Carole King) per un Bar Mitzvah, mangiando, bevendo e ridendo prima di andare a compiere la dinamitarda azione contro la mafia russa. E aspetto farsesco che si manifesta con un paio di in-jokes verso i suoi film precedenti.
Aronofsky ha lasciato quel Charlie alla sua redenzione e ora affronta un altro particolare Charlie, ossia Huston autore dell’omonimo romanzo da cui è tratto Una scomoda circostanza. Per inciso, fortunato libro a livello editoriale che da un decennio ha avuto diversi tentativi di trasposizione, ma mai concretatisi. A differenza del romanzo, la vicenda invece di svolgersi nel 2000 (a ridosso del 11/9) è ambientata nel 1998 (sono presenti le Torri Gemelle), ovvero il medesimo anno in cui apparve il primo lungometraggio di Aronofsky: Π – Il teorema del delirio (Π, 1998). Rimando cinéphile che si può ravvisare anche nel buffo personaggio collaterale di Jason (Will Brill), che lavora a Wall Street e vediamo sempre chiuso in casa, come lo fu Max (Sean Gullette).
Oppure la varietà di variopinti personaggi che rimandano un poco alla narrazione caleidoscopica di Requiem for a Dream (2000), sebbene qui il punto focale sia Hank, novello uomo comune d’ascendenza hitchcockiana che si ritrova casualmente in un intrigo (newyorkese). Ma l’in-jokes più cinefilo, che sugella questo movimentato pastiche che contiene azione, commedia e una manciata di momenti sentimentali, è ravvisabile in una sfuggente scena: di notte, ubriaco e ormai solo, Hank passa davanti Kim’s Video, videoteca di culto che mischiava nei suoi strabordanti scaffali Vhs di ogni genere, senza distinzione.