Il titolo originale del film, Aïcha, porta in sé un piccolo mistero intrigante: conosciamo Aya, condannata a un lavoro pesante e precario in un albergo di Tozeur mentre i genitori cercano di farla maritare con un uomo che nemmeno conosce, che per uno scherzo del destino viene creduta morta in un incidente; la rivediamo poi nella possibilità di risorgere dalle sue ceneri nell'agognata Tunisi, sotto le inedite mentite spoglie di Amira, anche se la sua vita non risulterà così nuova quanto si sarebbe aspettata. Chi è dunque questa terza donna?
Una sconosciuta a Tunisi di Mehdi Barsaoui ha uno svolgimento così intricato, con la protagonista al centro di una sequela di sventure a ripetizione, che raccontato sulla carta parrebbe un feuilleton. Grazie a una sceneggiatura dagli impeccabili incastri – dello stesso regista – e girato con un'asciuttezza e una ruvidità da cinema del reale, si trasforma invece nel ritratto etnografico di un paese che al femminile non risparmia nulla (stupro, prostituzione, matrimoni combinati, inganni amorosi, sfruttamento familiare).
Un po' Fantine un po' Mattia Pascal, Aya fugge dall'opprimente Tozeur e diventa Amira nella sospirata e apparentemente evoluta Tunisi, dove però appena sotto la suadente facciata si nascondono le stesse strutture profonde di iniquità che già aveva conosciuto: la città che sembra dapprima non scandalizzarsi mentre se ne va in giro per locali notturni in abiti succinti, poi la tratta come una donna senza importanza non appena il gioco si fa serio.
Una sconosciuta a Tunisi non è però solo una storia al femminile, alla quale Fatma Sfarr presta un volto che non si dimentica, ma una riflessione generale sullo stato di una nazione che si percepisce lanciata verso le magnifiche sorti e progressive della modernità globalizzata ma non riesce a estirpare da sé le radici dell'antidemocrazia e del pregiudizio (sottilmente perfido e spiazzante il tocco di mettere in scena tutte le maggiori autorità che compaiono sullo schermo – capo della polizia, giudici – come donne perfettamente inserite nel loro ruolo).
La tensione fra vecchi e nuovi valori, con conseguente pesante ricaduta sul femminile, era già al centro del precedente e premiatissimo film di Barsaoui, Un figlio. Qui però il regista tunisino, che ha studiato in passato anche al DAMS di Bologna, lancia un monito sulla tracotanza e spaventosità del potere impartito in maniera arbitraria e discrezionale, che accomuna nei metodi malavita e forze dell'ordine (un interrogatorio di polizia così sinistro lo avevamo visto di recente solo nell'ottima miniserie Unbelievable) e può travolgere tutte e tutti.