Forse è un thriller psicologico che non si fa mancare elementi soprannaturali, oppure il ritratto di una donna compressa fra troppe sovrastrutture borghesi. Magari è l'elegia struggente di un grande amore impossibile, ma poi perché: in fondo è il racconto affettuoso di una complicità (ex) coniugale. Sempre che, sia ben chiaro, quest'ultima si mantenga in equilibrio instabile fra riflessione esistenziale agrodolce e commedia d'azione.

Rebecca Zlotowski torna alla regia con Vita privata, facendosi raggiungere oltralpe da Jodie Foster, al suo primo ruolo in lingua francese. Ecco dunque quest'ultima nei panni di Lilian Steiner, psicoterapeuta turbata dall'abbandono di due pazienti, l'una suicida in circostanze sospette e l'altro più soddisfatto dei servigi di un'ipnotista: una protagonista che assomiglia per indole a quelle di La pianista e Elle (e Foster sembra proprio una sorta di Isabelle Huppert yankee, in questo frangente) ma innestata in una curiosa terra di mezzo fra Io ti salverò e Misterioso omicidio a Manhattan, con svariati ulteriori occhieggiamenti mistery alla memoria degli spettatori.

A Zlotowski, chiaramente, spiazzare le aspettative di genere piace parecchio, e in sé l'approccio è di certo apprezzabile. Così come intrigante appare la volontà di sviluppare il film come una specie di affresco, non basato sull'orizzontalità di plurimi personaggi come le convenzioni vorrebbero, bensì sulla verticalità di uno solo, esploso in molteplici direzioni narrative sino a comporre un'opera stratificata, dissonante e semanticamente aperta.

Negli esiti oggettivi, però, Vita privata funziona come un labirinto di porte aperte su stanze ogni volta sconosciute, fra le quali si procede disordinatamente a tentoni senza comprendere più né da dove (e perché) si fosse partiti né dove (e se mai) si possa raggiungere qualche uscita utile: troppe storyline, troppe suggestioni perché si riesca ad andare oltre la brillante superficie espositiva, in un film che ha nella smaccata ambizione all'originalità sia il maggior pregio che il più grande difetto.

C'è da dire che, rispetto a un altro suo film con molti centri di gravità impermanenti come Planetarium (2016) – fastidioso sia nella fighetteria visiva che nella smaccata furbizia dell'equazione cinema-magia – in questo caso Zlotowski non si prende troppo sul serio e sembra non aver dimenticato l'umanità de I figli degli altri (2022), oltre a certo gusto nel sapersi divertire coi personaggi e con chi li interpreta: la strana coppia comico-brillante Jodie Foster e Daniel Auteuil funziona perfettamente, e che meraviglia trovare sullo schermo, nel ruolo del grande saggio, l'ultranovantenne Frederick Wiseman.