La prima immagine del lungometraggio di Alex Garland sembra provenire dagli anni ’80: donne in succinti costumi da ginnastica aerobica che si dimenano in pose sexy e ammiccanti e citano l’iconico Perfect di James Bridges con i due protagonisti John Travolta e Jamie Lee Curtis in splendida forma. In verità si tratta di un videoclip del 2004 con il brano Call on Me di Eric Prydz e gli spettatori subito dopo inquadrati sono ragazzi combattenti esaltati da eccitazione ormonale che si trovano in uno spazio contingentato in Iraq nel 2006.
Straniante è la percezione di assistere immediatamente ad un cortocircuito spazio-temporale che si traduce in una sequenza spiazzante e seducente come poteva essere l’”apparizione”, su un improvvisato palco, delle playmate in Apocalypse Now di Coppola, la proiezione/rappresentazione di un sogno erotico in un “campo” che è solo un (il)limitato set, l’illusoria materializzazione e/o digitalizzazione di un desiderio istintivo/estintivo.
Il cinema diventa un arti-ficiere, un marchingegno ad orologeria pronto ad esplodere ma anche l’arte-fice della messinscena perché niente è più autentico di un falso movimento. Il regista britannico, con la collaborazione di Ray Mendoza (ex membro/recluta dei Navy SEAL, che si ispira a vicende autobiografiche e personali racconti di battaglie), “riprende” una docufiction consapevole che la grigia (iper)realtà tende a fondersi con la cromatica immagin-azione.
La ri-produzione di luci (con una gamma di espressive gradazioni dal rosso al verde) e di un notevole spettro sonoro (fragorose note avvolgenti in un magistrale sound design di Glenn Freemantle) rivelano la fantasmatica presenza di un (molteplice) “dispositivo” virtuale e muto, che penetra e abbatte qualsiasi muro protettivo, contrapposto al tangibile e rumoroso piccone che i soldati utilizzano per frantumare la (quarta) parete divisoria tra le camere.
Warfare è Ars Belli, una (per)turbante e fascinosa macchina (video)ludica con un proprio codice/linguaggio per precoci iniziati, che ci rende testimoni di un pericoloso/rovinoso game (debitore dello sguardo claustrofobico e investigatore di Fincher) e dell’ambiente materico e polveroso di un’abitazione irachena che diventa teatro di cruenti delitti e di fumose e deliranti/distorte visioni.
Strategica è la posizione di un disadorno edificio che evoca l’essenziale struttura da cui sorprendentemente compariva un cecchino di sesso femminile in Full Metal Jacket di Kubrick, esile ma devastante figura di lucida follia. Forse non casualmente anche stavolta è una fragile donna ad ammonire i presenti chiedendo(si) disperatamente il perché di un conflitto senza senso.
Per l’autore di sceneggiature di film quali 28 giorni dopo, Non lasciarmi, Annientamento (probabilmente il suo più ambizioso manifesto d’intenti) l’isolamento (di un singolo personaggio e/o di un gruppo) genera alienazione e minaccia una naturale, fisiologica (auto)distruzione nella misura in cui la diversità non è riconosciuta in quanto tale. I giovani guerrieri di Warfare debbono lottare con sé stessi e con il tempo (un soggetto che ha le caratteristiche di un romanzo di formazione) per sopravvivere prima ancora che con l’altro/il nemico, senza un volto distinguibile.
I titoli di coda, che mostrano gli attori e i loro reali “corrispondenti” che hanno vissuto l’allucinante e sanguinosa esperienza armata, riecheggiano le virili sconfitte belliche in un cinema statunitense, a volte tacciato di biasimevole orgoglio nazionalista (un esempio è Clint Eastwood con il suo American Sniper che certamente Garland, da ammirevole cinefilo, ha considerato), che però vuole essere, ante omnia, memoria di uomini persi nella Storia e dimenticati dal loro Paese.