L’esordio nel lungometraggio del duo australiano Indiana Bell e Josiah Allen, distribuito in Italia da Filmclub Distribuzione, non deflagra secondo le dinamiche classiche dell’outback horror, ma cresce gradualmente, portando a galla tensioni e inquietudini in una favola claustrofobica a tinte nere: una casa sperduta nel bosco, un temporale e l’incontro tra un uomo solitario e una ragazza capitata lì per rifugiarsi dalle intemperie.
Le ombre che fin dalla prima sequenza ricoprono tutto, si fanno largo tra i fiochi bagliori di un rimosso che tocca allo spettatore decifrare, ma You’ll Never Find Me è ingannevole fin da subito. Inizia come il più classico dei survival movies e segue le fila di una detection story che flirta col thriller psicologico, per poi tramutarsi in un teatro degli orrori che mescola il surreale a un tagliente e malefico onirismo; non c’è alcun indizio, né alcun elemento che possa produrre una spiegazione razionale degli eventi, solo l’esplorazione, all’interno di un ambiente unico, della wilderness interiore dei due ottimi protagonisti, Brendan Rock e Jordan Cowan.
You’ll Never Find Me è un riuscito esempio di teatro horror filmato – sulla stessa linea “art” di autori come Thom Luz e Jacop Ahlbom – ma è allo stesso tempo il manifesto della poetica autoriale di due cineasti che hanno saputo coniugare la ripresa stilistica ed estetica da modelli diversi (The Witch, Enemy) a una visione personale del thriller e dell’horror d’atmosfera. A riprova di questo, lo scivolamento verso il delirio psicotico del pre-finale e dell’epilogo, orchestrato secondo dettami stilistici evocativi, come la fotografia di Maxx Corkindale che “buca” l’oscurità con un’illuminazione spettrale, i suoni sinistri del sound designer Duncan Campbell o l’intensità della recitazione dei due unici attori.
Siamo nel polveroso outback privo di coordinate spazio temporali, i cui confini si perdono oltre la macabra immaginazione che una situazione-limite come quella raccontata riesce a sprigionare in un lento climax di tensione strisciante; si viene proiettati gradualmente all’interno di un dramma a due in cui il movimento spaziale e i dialoghi dei personaggi sono organizzati come in un gioco di fine strategia, su un palcoscenico che riproduce un kammerspiel d’ascendenza gotica che richiama le pulsioni sotterranee e i labirinti oscuri dell’inconscio raccontati da Edgar Allan Poe.
Di Wolf Creek e altri esempi di cinema dell’outback contemporaneo, rimangono solo le scelte cromatiche color ocra della fotografia, mentre il resto si confonde con la smania febbrile che nel finale riesce a riprodurre, come nel film turco Baskin, una follia allucinata che smarrisce ogni equilibrio di forma e sostanza.
Sospeso come in un’ipnosi malvagia, You’ll Never Find Me è teatro vivo e pulsante nel quale il conflitto dialogico mette a nudo le due identità ambigue all’interno della casa (chi è il nemico? Chi mente?), architettando un gioco di duelli verbali (tra parole vuote e sentenze filosofiche) che “confonde la paura e l’eccitazione”, come dice l’enigmatico Patrick a proposito di una visione personale che travalica gli spazi dell’ambientazione scenica per riprodurre verbalmente il senso (nichilista) della vita.