In occasione delle celebrazioni felliniane, pubblichiamo alcuni estratti di articoli che scrittori, poeti e intellettuali hanno dedicato al Maestro e al suo cinema. Dopo il pezzo su Amarcord, costruito principalmente sull'intervista di Enzo Siciliano a Fellini e sulla vibrante recensione di Natalia Ginzburg, proseguiamo il viaggio alla scoperta dei tesori contenuti nel fondo Calendoli con un altro grande della letteratura del Novecento. Le uscite dei film di Fellini hanno sempre generato fazioni di estimatori da un lato e di detrattori dall'altro. E così è stato per E la nave va (1983). Il 24 novembre 1983, su "Repubblica", uscirono contemporaneamente due recensioni, una contro di Giorgio Bocca e una a favore di Italo Calvino. La scelta è caduta sul pezzo di quest'ultimo, non solo perché è una brillante analisi del film, ma anche perché contiene lungimiranti chiavi di lettura sulla società attuale.

 

La parola alla difesa

di Italo Calvino

La storia di E la nave va scritta da Fellini e Tonino Guerra è una storia che funziona perché la nave che affonda è il grande mito del nostro secolo, e come in tutti miti sappiamo già dall'inizio come andrà a finire, e la nostra partecipazione consiste nel modo d'identifìcarci con questa storia. È un mito che può essere concentrato in una frase d'uso comune, nelle frasi che più siamo abituati a sentile ripetere, come: "Stiamo per colare i picco" o anche "Siamo tutti nella stessa barca". […]

I miti che si sovrappongono nel film sono due: il naufragio del transatlantico di gran lusso (Titanic, 1912 o Lusitania, 1915) e l'attentato di Sarajevo, 1914 (qui duplicato dal ragazzo serbo sulla scialuppa), entrambi situazioni che non tardano a diventare mitiche e ad essere interpretate come simboli della fine della belle époque, per trasformarsi a poco poco in simboli della belle époque tale e quale. Infatti non c'è nulla che dà il senso di una belle époque quanto la sua fine, come se ogni belle époque portasse in sé il destino di finire bruscamente, di culminare in un fatto tipo Titanic o Sarajevo.

Direi quindi che l'epoca in cui E la nave va si svolge non sia il 1914 o la fine del secolo scorso più di quanto non sia questa fine di secolo che stiamo vivendo. […] Non è un momento ma un mondo, un'idea del mondo come fine del mondo, un'esplosione che, a forza di viverci dentro, finiamo per considerare come immobile e permanente. Da ciò l'assenza di pathos che direi sia la cosa più importante del film, e in fondo la più realmente angosciosa. […]

È un tema che torna spesso in Fellini, quello della fine d'un mondo, o forse del mondo, l’incombere del giudizio universale. [...] Tra i suoi film E la nave va è forse il più esplicito in questo senso, ma direi anche quello che meno vuole imporci questo tipo di pathos. Come se tutti avessimo capito che la fine del mondo è diventata il nostro habitat naturale, e non potessimo più immaginarci un vivere diverso. […] Più si va avanti, più sentiamo di trovarci allo stretto: l'impressione che si prova sempre su una nave, di una esistenza forzata in uno spazio limitato, diventa tanto più forte quando da un momento all'altro, senza che nessuno si sia accorto di come sono arrivati (e questo è il gran colpo di scena del film) si scopre che la tolda s'è riempita d'un formicolio d'umanità cenciosa, famiglie cariche di fagotti e di bambini, i profughi serbi, che dilagano nei saloni lussuosi, nei ponti della prima classe, in mezzo ai passeggeri altolocati, con l'inarrestabilità d'un cataclisma della natura.

Il transatlantico Gloria N. diventa così un'immagine del mondo in cui ci troviamo sempre più stretti, in cui da un giorno all'altro scopriamo che distanze geografiche e sociali sono annullate, un'immagine del nostro pianeta sovrappopolato, ai cui problemi non si trovano soluzioni se non in affermazioni di principio che poi non si riesce a rispettare. […] Non dimentichiamo mai che il viaggio che il film racconta è un funerale: nelle prime sequenze appare un carro funebre che delega alla nave Gloria N. la sua funzione d'accompagnare le ceneri della famosa soprano della loro sepoltura acquatica. [...]

Molti hanno parlato di questo film come d'una satira della melomania italiana, di quella deformazione mentale che ci fa vivere tutto in chiave di melodramma. Sarà, ma io a questo aspetto sono meno sensibile. […] Direi che nel film il bel canto risponde a un bisogno di trovare una forma di comunicazione al di là delle parole: gli acuti dei virtuosi canori saranno una forma d'espressione buffa, grottesca quanto si vuole, ma vediamo che tengono insieme tante persone in un mondo che si sfascia. Dare la colpa all'opera di come vanno a finire le cose sarebbe una ben misera soddisfazione, e mi pare che il film non cada in tentazioni così facili. […] Che i fuochisti chiedano al bel canto di ripagarli delle loro fatiche a spalar carbone non è alienazione, è lo scambio più onesto che si possa proporre, perché anche il canto è sforzo fisico, e rischio di strapparsi le corde vocali e l'intesa tra i forzuti del braccio e i forzuti dell'ugola nella bellissima scena delle caldaie, mi pare tocchi un problema fondamentale di tutti i tempi e le società: il rapporto tra fatica ingrata e fatica gratificante.

 

Immagine: Copertina della brochure pubblicitaria, pubblicata da La casa Usher, in occasione dell'anteprima nazionale del film, avvenuta al teatro Novelli di Rimini, il 25 settembre 1983, Fondo Calendoli, Cineteca di Bologna