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“Fellinopolis” e i reperti di un immaginario magico

Il documentario di Silvia Giulietti Fellinopolis è un prezioso lavoro di recupero oltreché una gran bella chicca cinematografica. Si tratta infatti di una sapiente opera di montaggio (con ritmo allegramente felliniano) dei preziosissimi Special – Backstage girati da Ferruccio Castronuovo su richiesta di Fellini sui set di Casanova, La città delle donne, E la nave va e Ginger e Fred, documentando e rivelando gli elementi del “grande gioco”, le invenzioni e le “bugie” del regista, nella città immaginaria dietro le quinte dei suoi film, in un arco temporale che copre dieci anni dal 1976 al 1986. Special all’epoca utilizzati per il lancio dei film e conservati da oltre quarant’anni dalla Cineteca Nazionale.

L’avventurosa storia di come Bolognini produsse Pasolini rifiutato da Fellini

Dalla formidabile cornucopia di L’avventurosa storia del cinema italiano, emerge al ricostruzione a tre voci (Fellini, Pasolini, Bolognini) della vicenda produttiva di Accattone – e di come abbiamo rischiato di non veder realizzato il capolavoro del 1961. “Conoscevo il copione di Accattone ma non avevo mai visto, diciamo, il suo copione di regia. Era una cosa incredibile, commovente. Inquadratura per inquadratura, aveva creato un copione illustrato, un lavoro stupendo che era già il film, chiaro, così come sarebbe stato. Rimasi entusiasta, sbigottito che quella roba non fosse piaciuta. Dissi subito che avrei fatto il possibile per dargli una mano” (Mauro Bolognini).

Quando Caetano Veloso dedicò un concerto a Giulietta e Federico

Un caloroso applauso di benvenuto subito interrotto dalle note di un violoncello: il pubblico precipita in un silenzio incantato, sembra piombare in un’atmosfera metafisica lontanissima. Il tema accennato è lo stesso de La dolce vita, stavolta cucito su misura dall’arrangiamento di Jacques Morelenbaum e dai versi in portoghese composti da Caetano stesso. È il 30 ottobre 1997 e la sua voce riempie il modesto Teatro Nuovo di Dogana nella Repubblica di San Marino. E non è un caso che la data del concerto coincida con l’anniversario di matrimonio di Giulietta Masina e Federico Fellini.

Giuseppe Rotunno inventore della luce

“Per me il cinema è luce, non può esistere senza luce. Rotunno rappresenta la luce, la salvezza del film”. Sono queste le parole con cui Federico Fellini descriveva l’apparizione salvifica di Giuseppe Rotunno in uno dei sogni fatto durante la travagliata lavorazione di La città delle donne. Quello del direttore della fotografia da poco scomparso è stato un cinema che ha lasciato un segno nella storia, un cinema “carnale” come lo definiva lui rispetto ad una televisione più “robotica”, un tipo di cinema che non potrà mai essere sostituito da mezzi più moderni perché, come gli piaceva dire, “la cinematografia rispetto alla televisione è come il vino con l’acqua: si bevono tutti e due ma sono completamente diversi e uno non può sostituire l’altra”.

“La strada” di Federico Fellini dal neorealismo al “realismo visionario”

Il cinema felliniano continua ad avere in tutto il mondo spettatori e ammiratori, critici cinematografici e ricercatori studiano i significati dell’ eredità artistica lasciata dal grande Maestro del cinema italiano. Perciò, in Brasile, la UFBA-Universidade Federal da Bahia, riunendo undici saggi, per l’anno del Centenario della sua nascita, ha voluto dedicargli il volume Diálogos com Fellini (EDUFBA, Salvador, 2020). Il presente saggio è un estratto dell’originale in portoghese. In esso si analizza il film La strada (uscito in Brasile con il titolo A estrada da vida), e se ne ricordano anzitutto le origini. Riceviamo e volentieri pubblichiamo. 

Cinema e pittura nella cultura emiliano-romagnola

Emilia-Romagna: regione di teatri, pittori e, quindi, di cinema. È pressappoco questo l’assioma che Renzo Renzi individua nel saggio Una terra di cineasti come giustificazione del gran numero di uomini di cinema nati tra Piacenza e Rimini. Se, da un lato, la tradizione teatrale emiliana, così fiorente da potersi esprimere oggi in ben centosedici teatri storici, ha modulato un imprinting di familiarità verso la dimensione drammaturgica in tutta la ricchezza delle sue componenti (scrittura, scenografia, attorialità), dall’altro è presente in Emilia Romagna un patrimonio pittorico che, come in poche altre regioni, si è espresso nel corso della propria storia in maniera variegata.

“La verità su La dolce vita” e il mistero della creazione cinematografica

Grazie ad un lungo e inedito carteggio del 1960 tra Federico Fellini e i suoi produttori Giuseppe Amato e Angelo Rizzoli, il documentario ricostruisce le vicissitudini produttive de La dolce vita e ne sistematizza la cronologia, dando così la misura di quando e quanto i personaggi in campo hanno dato il proprio contributo alla lavorazione di uno fra i più illustri capolavori del cinema italiano. Pedersoli ha avuto accesso ad una corrispondenza così appassionante e dettagliata che ogni lettera potrebbe essere tranquillamente una battuta di sceneggiatura (e nel film, in alcuni momenti, è proprio così), ogni telegramma un colpo di scena, ogni telefonata una nuova prospettiva di senso, come se la storia fosse già pronta per essere filmata e il materiale d’archivio facesse drammaturgia da sé.

L’avventura produttiva di “Luci del varietà”

“Un film che diventerà famoso” era lo slogan pubblicitario del primo film di Federico Fellini come regista, diretto in collaborazione con Alberto Lattuada e persino coprodotto dai due in virtù di un accordo basato su una forma di cooperativa. In realtà sin dall’inizio Luci del varietà non ebbe troppa fortuna. Come ricorda Cosulich in Storia del cinema italiano, i due registi, animati da un gran desiderio di autonomia, si rivolsero dapprima alla Lux, con la quale Lattuada, dopo anni di collaborazione, stava vivendo un periodo di forti contrasti. “Quando parlammo di questa idea a Ponti – ha ricordato Lattuada – ci disse che il soggetto non andava, era un argomento che non funzionava. Noi andammo avanti lo stesso”. Così dopo il rifiuto della Lux Lattuada decise di autoprodurre il film. Su soggetto di Fellini, fu elaborata la sceneggiatura con la collaborazione di Pinelli e un non accreditato Flaiano.

“Il Casanova di Fellini” e la difesa di Mario Soldati

In occasione delle celebrazioni felliniane, proseguiamo con la pubblicazione di alcuni estratti di articoli che scrittori, poeti e intellettuali hanno dedicato al Maestro e al suo cinema. Mario Soldati (1906-1999) condivide con Fellini un talento versatile, resiliente ad ogni forma di influenza da parte di una cultura dominante. E come Fellini ha pagato un caro prezzo all’élite intellettuale del dopoguerra, così Soldati regista non ha mai incontrato il favore della critica cinematografica degli anni Cinquanta, completamente assorbita nel difendere un’estetica neorealista.  Quale miglior difensore poteva trovare Fellini per il suo discusso Casanova, se non in questo maestro che ha saputo rendere degne di essere raccontate tanto ‘la tragica immensità di Manhattan nell’età del proibizionismo, non meno della vita di un pollaio al di là dello squallido cortiletto di un hotel della Valtellina?’ (C. Garboli)

La strada di Renzi e Fellini

In occasione delle celebrazioni felliniane, proseguiamo con la pubblicazione di alcuni estratti di articoli che scrittori, poeti e intellettuali hanno dedicato al Maestro e al suo cinema, contenuti nel fondo Calendoli. È la volta di Renzo Renzi (1919-2004), di cui la Cineteca di Bologna ha festeggiato i 100 anni a dicembre dell’anno scorso. Intellettuale di grande levatura culturale e morale, fu tra i più illuminati e acuti critici cinematografici italiani. Capì e difese il cinema di Fellini sin dai sui esordi, come dimostra questo articolo II clima del ’40, pubblicato su Il Contemporaneo, il 23 aprile 1955. In La strada (1954), la dimensione mitica, onirica e stralunata dei personaggi calati in un paesaggio italiano desolante, sollevò un putiferio di polemiche e stroncature. Dov’era finita la lezione del Neorealismo, si chiedevano quelli di sinistra e i cattolici potevano mai accettare che gli emarginati, gli ultimi, non venissero salvati dalla Provvidenza?

Tre passi nel delirio con Camilla Cederna

In occasione delle celebrazioni felliniane, proseguiamo con la pubblicazione di alcuni estratti di articoli che scrittori, poeti e intellettuali hanno dedicato al Maestro e al suo cinema, contenuti nel fondo Calendoli. È la volta di Camilla Cederna (Milano 1911-1997), una delle prime donne in Italia a conseguire la laurea. Di estrazione alto-borghese, la sua carriera di giornalista e scrittrice di costume e di politica (dal 1945 al 55 è redattrice del settimanale L’Europeo e successivamente,...

Giovanni Arpino immagina Fellini

In occasione delle celebrazioni felliniane, proseguiamo con la pubblicazione di alcuni estratti di articoli che scrittori, poeti e intellettuali hanno dedicato al Maestro e al suo cinema, contenuti nel fondo Calendoli. E su Fellini maestro del colore si sofferma Giovanni Arpino, dedicandogli una delle sue famose lettere “scontrose” dalle pagine di Il Tempo, il 13 gennaio 1965, pochi giorni prima del quarantacinquesimo compleanno del regista. Radicato nella cultura piemontese, Arpino è stato un grande giornalista, scrittore e poeta; di fama mentre ancora in vita (è scomparso nel 1987), oggi purtroppo tra i molti dimenticati, forse a causa della suo stile unico, non riconducibile alle correnti letterarie nazionali contemporanee. 

 

Nantas Salvalaggio e l’aldilà di Fellini

In occasione delle celebrazioni felliniane, proseguiamo con la pubblicazione di alcuni estratti di articoli che scrittori, poeti e intellettuali hanno dedicato al Maestro e al suo cinema, contenuti nel fondo Calendoli. In quest’atmosfera da cinema catastrofico in cui siamo immersi, il passo verso altri mondi è breve. L’articolo, apparso su Epoca, il 29 novembre 1964, del giornalista e scrittore Nantas Salvalaggio ci conduce sul set di Giulietta degli spiriti (1965) in cui prendono forma i fantasmi di Fellini; attraverso la propria moglie – che in questo film fa rivivere l’amatissimo personaggio di Gelsomina che da La strada (1954) viene catapultata all’interno di un universo fatuo e borghesissimo – il Maestro compie un esorcismo contro la paura dell’abbandono e per estensione della morte. 

Fellini si racconta

In occasione delle celebrazioni felliniane, proseguiamo con la pubblicazione di alcuni estratti di articoli che scrittori, poeti e intellettuali hanno dedicato al Maestro e al suo cinema, contenuti nel fondo Calendoli. È la volta di Bernardino Zapponi di cui quest’anno cade il ventennale della scomparsa (Roma, 4 settembre 1927 – 11 febbraio 2000). Condivise con Fellini l’inizio della sua carriera in veste di umorista nella redazione del periodico Marc’Aurelio. Inventore di un nuovo linguaggio fortemente ironico che mescola sapientemente il registro comico-popolaresco con quello aulico e poetico della letteratura, produsse centinaia di testi per la radio, il teatro e la televisione. Sceneggiatore visionario con incursioni nel macabro e nel grottesco allacciò un perfetto sodalizio con Fellini alla fine degli anni Sessanta: Tre passi nel delirio (1968), Satyricon (1969), I clowns (1970), Roma (1972), Il Casanova (1976) e La città delle donne (1980).

Fellini, un moderno Petronio

In occasione delle celebrazioni felliniane, proseguiamo con la pubblicazione di alcuni estratti di articoli che scrittori, poeti e intellettuali hanno dedicato al Maestro e al suo cinema, contenuti nel fondo Calendoli. Oggi proponiamo un articolo di Luca Canali, grande latinista, scrittore e poeta scomparso nel 2014, su Fellini Satyricon (1969), apparso su “L’Espresso” il 23 febbraio 1969. Le sue considerazioni nascono da un coinvolgimento diretto nella sceneggiatura elaborata da Fellini e Zapponi. Il suo contributo fu fondamentale; selezionò i materiali delle diverse edizioni critiche del testo di Petronio, elaborò la prima stesura dei dialoghi in latino e infine collaborò attivamente alla definitiva resa in italiano. La lettura che dà Canali è dunque non solo interna all’opera, ma è in fieri

Alberto Arbasino e la zampata di Fellini

In occasione delle celebrazioni felliniane, proseguiamo con la pubblicazione di alcuni estratti di articoli che scrittori, poeti e intellettuali hanno dedicato al Maestro e al suo cinema, contenuti nel fondo Calendoli. È la volta di 8 e ½ e delle acute considerazioni sul film di Alberto Arbasino, scomparso il 22 marzo scorso. In questo pezzo di altissima levatura, apparso su “Il Giorno”, il 6 marzo 1963, lo scrittore sfodera tutte le armi del suo ben fornito arsenale letterario, riconoscendo a Fellini il ruolo di profeta del nuovo Verbo cinematografico. Nel testo sono presenti tutti gli elementi fortemente critici verso una tessitura narrativa tradizionalmente intesa che, nell’ottobre dello stesso anno, spinsero Arbasino stesso e altri intellettuali tra cui Umberto Eco, Angelo Guglielmi, Edorardo Sanguineti e Giuliano Scabia a fondare il Gruppo 63 con l’intento di sperimentare nuove forme linguistiche. 

Gli 80 anni di Mina e tutto il desiderio del cinema

Se la sua presenza – corpo, mani, capelli voce – è stata esaltata dall’intelligenza di un regista televisivo geniale come Antonello Falqui, che ha saputo incastonarla nella memoria e nell’immaginario (provate a rivedere le sue esibizioni di Studio Uno o Teatro 10: sostanzialmente dei capolavori), verrebbe da dire che il cinema ha contribuito non poco a mitizzare una figura già di per sé titanica. Madrina queer, suono di un’epoca, dea immortale, la neo-ottantenne Mina riempie il cinema da sessant’anni. Per quanto il suo più grande film sia quello non fatto. E non è Il padrino (sì, Francis Ford Coppola propose anche a lei il ruolo poi andato a Diane Keaton). Federico Fellini, suo grande ammiratore, la voleva, infatti, nel cast del mitologico Viaggio di G. Mastorna

Federico lost in translation a New York

In occasione delle celebrazioni felliniane, proseguiamo con la pubblicazione di alcuni estratti di articoli che scrittori, poeti e intellettuali hanno dedicato al Maestro e al suo cinema. Dopo Italo Calvino, è la volta di Indro Montanelli che in occasione del grande successo ottenuto negli Stati Uniti da Le notti di Cabiria (1957), scrive un pezzo sull’accoglienza trionfale ricevuta da Fellini e Giulietta Masina a New York (“Il Corriere”, 29 dicembre 1957). Il cinema non è fatto solo di film. La fascinazione che esercita sul pubblico esce dai set e dalle sale cinematografiche. Per vivere ha bisogno di costruirsi una propria mitologia che si nutre delle vite dei personaggi che lo popolano. Fellini è tra i molti, simbolo, vittima e al tempo stesso carnefice per eccellenza di questo meccanismo. Montanelli ne fa un ritratto perfetto.

Italo Calvino, Federico Fellini e il transatlantico Gloria N.

In occasione delle celebrazioni felliniane, pubblichiamo alcuni estratti di articoli che scrittori, poeti e intellettuali hanno dedicato al Maestro e al suo cinema. Dopo il pezzo su Amarcord, costruito principalmente sull’intervista di Enzo Siciliano a Fellini e sulla vibrante recensione di Natalia Ginzburg, proseguiamo il viaggio alla scoperta dei tesori contenuti nel fondo Calendoli con un altro grande della letteratura del Novecento. Le uscite dei film di Fellini hanno sempre generato fazioni di estimatori da un lato e di detrattori dall’altro. E così è stato per E la nave va (1983). Il 24 novembre 1983, su “Repubblica”, uscirono contemporaneamente due recensioni, una contro di Giorgio Bocca e una a favore di Italo Calvino. La scelta è caduta sul pezzo di quest’ultimo, non solo perché è una brillante analisi del film, ma anche perché contiene lungimiranti chiavi di lettura sulla società attuale.

“Giulietta degli spiriti” e il fantastico

Il soprannaturale secondo Fellini è una commistione di sincronicità e di sincretismo mistico, come si evince in Giulietta degli spiriti. Se il primo artefatto magico per il regista riminese è il cinema stesso, un prodigio come lo era per Ingmar Bergman, “un nulla nel nostro nervo ottico, uno shock: ventiquattro quadratini illuminati al secondo e tra di essi il buio”, tutto quello che viene fuori dall’oscurità è fantasmagoria, metafora, allegoria suadente di luci, forme e colori, tripudio ridondante e visionario, proprio come accade in Giulietta degli spiriti, l’opera che che ci conduce in un “paese delle meraviglie” poco carrolliano e molto più debitore agli archetipi di Jung.