Ci sono film il cui valore non è quantificabile entro i limiti del giudizio artistico. Film che sono documenti, testimonianze o, come nel caso di La voce di Hind Rajab, un ponte tra la realtà e la finzione, tra la vita e ciò che sta oltre il velo che ci separa dalla morte. E allora, in questo caso, gli esili strumenti della critica cinematografica non bastano più, o peggio, rischiano di sminuire la portata di un messaggio per cui l'arte non può che essere un supporto, un mezzo di propagazione.

Perciò, come esseri umani prima ancora che come operatori della divulgazione audiovisiva, è necessario in questo caso riconoscere la propria impotenza e sforzarsi di trovare parole differenti per raccontare il contenuto di un'opera e le emozioni che può suscitare. Anche quando le parole sembrano non esistere. Perché non esistono parole per sintetizzare un film che ricostruisce la vicenda di una bambina di cinque anni, che nel Nord di Gaza si trova rinchiusa per un'intera giornata in un'auto sarcofago, accanto ai corpi degli zii e dei quattro cugini, uccisi in un attacco israeliano.

Hind Rajab parla con i soccorritori della Mezzaluna Rossa, con cui entra in contatto telefonico grazie alla mediazione di uno zio residente in Germania, e li implora di essere salvata. Non esistono parole per descrivere ciò che avviene, nel momento in cui ci si rende conto che la presenza della bambina tra le lamiere già crivellate dai proiettili viene vista dai suoi aguzzini come la possibilità di aumentare ulteriormente la portata della loro distruzione.

Sì, perché Hind non è sola. Dai suoni che accompagnano la sua voce, registrazioni reali della Mezzaluna Rossa che la regista tunisina Kaouther Ben Hania mette in dialogo con gli attori in un esercizio di narrazione filmica clamorosa, tanto essenziale quanto potente, si deducono delle presenze al di fuori della sua prigione. Le sue preghiere di soccorso sono accompagnate dal suono di ulteriori spari, e dalle sue parole si evince la presenza di carri armati in movimento all'esterno.

Qualcuno è lì, probabilmente si tratta dei responsabili dell’aggressione, facilmente identificabile come sicari dell'esercito israeliano che in quel periodo (è il 29 gennaio 2024) tenevano quella zona sotto assedio. Qualcuno era lì, consapevole della sua presenza. Ma nessuno è intervenuto, né per aiutarla né per completare l'opera di sterminio della sua famiglia.

Perché non c'è limite all'atrocità umana. Le parole non sono sufficienti a descrivere la sensazione agghiacciante che si prova nel constatare che, dopo la lunga e tribolata mobilitazione della Mezzaluna Rossa, la quale ha tardato l’intervento di salvataggio per garantire un corridoio sicuro agli operatori sul campo, l'agonia di Hind è stata volontariamente prolungata solo per attirare sul posto ulteriori persone da sterminare.

Un'esca per i soccorritori. Oltre quanto è possibile concepire da una mente razionale. Oltre i confini di quanto si può spingere l'immaginazione, rimane solo il terrore senza fine della realtà. Resta solo il rumore degli spari e poi un silenzio da cui è impossibile fuggire. Un silenzio carico di orrore, di rabbia e senso di colpa. Una transizione al nero che lascia spazio a un indescrivibile stato di vergogna, di fronte al quale il pudore imporrebbe ulteriore silenzio.

O forse no. Forse l'unico modo per sopportare il peso di vivere in una società complice di queste atrocità è unire, per quanto possibile, la propria voce a quella di Ben Hania nel farsi eco della richiesta di aiuto di Hind Rajab. Ciò che possiamo fare è riconoscere il valore inestimabile di questo documento e di analizzarlo da tutte le prospettive possibili.

Sembra quindi corretto, innanzitutto, riconoscere un certo coraggio ai selezionatori della Mostra del cinema di Venezia, per avere inserito questo film nel concorso ufficiale: un film che senza ombra di dubbio verrà visto come scomodo, moralmente inopportuno e potrà essere accusato di fornire una testimonianza estremamente parziale sulla questione mediorientale. Ampliando l'analisi al contesto veneziano in cui il film è stato presentato, è inoltre inevitabile fornire un parallelismo con il potente film di Kathryn Bigelow.

Perché La voce di Hind Rajab non rappresenta solo un'estensione folgorante dell'ampia visione di Bigelow sulla disumanizzazione dell'uomo moderno. Un contrappunto, ma anche un paradossale e ideale seguito; come in A House Of Dynamite, il film di Ben Hania si svolge quasi interamente in una sala di coordinamento in contatto con un "esterno" in cui sta avvenendo qualcosa di tragico. Con una sostanziale differenza: la catastrofe raccontata da Bigelow, per quanto verosimile, è fortunatamente qualcosa che ancora può essere circoscritto nell'ambito nella finzione, tanto da poterne relegare le conseguenze alla sfera della rielaborazione dello spettatore.

Un lusso di cui  l’opera di Ben Hania non può beneficiare. Il conto alla rovescia di La voce di Hind Rajab si è esaurito da tempo, da ben prima che Omar (nel film Motaz Malhees) iniziasse ad utilizzare il vetro che separa la sua postazione nella sala dei centralinisti da quella del coordinatore Mahdi M. Aljamal come tabellone per indicare il ritardo nei soccorsi (altro incredibile collegamento con il cinema di Kathryn Bigelow, e al suo Zero Dark Thirty, in cui la Maya Harris di Jessica Chastain utilizzava lo stesso espediente per comunicare i giorni di ritardo nei confronti della cattura di Osama bin Laden). Molto prima dell’inizio della proiezione, prima di quel 29 gennaio 2024 e anche prima del 7 ottobre 2023.

È troppo tardi. Di fronte alla voce di Gaza che implora aiuto rimane solo il dolore. Anche la magia del cinema sembra spegnersi, riducendosi ad un mezzo che sogna inutilmente di ridare la vita a Hind, mostrandola felice sulla spiaggia bagnata da un mare che non vedeva l’ora di rivedere. Ma finché la follia umana non sarà debellata, la voce di Hind Rajab continuerà ad essere una straziante richiesta di aiuto a cui nessuno risponderà.