Ci sono due piccoli colpi di scena all'inizio di Il gladiatore II, che testimoniano come l'ultimo cinema di Ridley Scott - nonostante tutto - sia ancora animato da una sincera voglia di dire, da un progetto poetico che lo rende irriducibile a mera sequela di operazioni di franchise sui film più amati della sua carriera (Alien, Blade Runner, Il gladiatore).
Il primo riguarda la celebre sigla della Scott Free, la compagnia fondata da Scott che ha prodotto (fra l'altro) gran parte dei film suoi e del fratello Tony. La sigla raffigura un uomo in un lungo pastrano che inizia a correre, finché il cappotto diventa un paio d'ali da falco che lo portano in salvo trasformandosi nel logo della compagnia.
È forse il più bello degli "spot" scottiani: quello per sè stesso e la sua idea di cinema; e nel Gladiatore II per la prima volta entra a far parte del film. I titoli di testa che rievocano il primo Gladiatore (con le immagini sfocate di Russell Crowe, Joaquin Phoenix e Connie Nielsen) sono infatti realizzati nello stesso stile animato della sigla, che simula le pennellate di un pittore. La firma del regista invade il tessuto filmico sino a fondersi con esso, reclamandolo come proprio.
Il secondo è il modo in cui l'incipit dialoga con quello del primo film. Anche qui un valoroso generale (Paul Mescal) passa in rassegna la sua armata per resistere all'assalto di un nemico violento e barbarico. Solo che stavolta il nemico è Roma. Il ribaltamento prospettico (simile a quello fantascientifico di Frederick Brown in Sentinella) segue una linea tematica precisa nei film di guerra di Scott. Era già implicita all'inizio del Gladiatore, quando Massimo - all'affermazione "un popolo dovrebbe capire quando è sconfitto" - rispondeva "tu lo capiresti? Io lo capirei?", in una malinconica professione di relativismo che ammetteva come torto e ragione, civiltà e barbarie, fossero più che altro questione di punti di vista.
Stessa lezione umanista di un altro grande vecchio del cinema, il Clint Eastwood del dittico Flags of Our Fathers/Lettere da Iwo Jima e di American Sniper, dove la vicenda di Chris Kyle si rispecchiava in quella del cecchino iracheno che cercava di ammazzarlo. Ma anche stesso cuore tematico del più bello dei kolossal scottiani, Le crociate (2005) che nel clima post-9/11 aveva il coraggio di cantare le lodi dei moderati, dei riformisti, dei laici su entrambi gli schieramenti.
Di questi e altri agganci (col presente insanguinato da vecchie-nuove guerre, con l'inesausta bestialità del populismo americano) Il gladiatore II è pieno. E quindi per l'ennesima volta infuria la battaglia critica sull'ultimo Scott: da una parte quelli che trovano i suoi film ormai insalvabili. Dall'altra quelli che, da posizioni più autorialiste, li apprezzano perchè vi riconoscono i segni di una poetica coerente. Tocca ripetere (con un po' più di malinconia) quanto detto ai tempi di Napoleon: hanno ragione entrambi. E quindi, dal punto di vista della valutazione, hanno ragione i primi.
Se bastasse rilevare che un film non è una vuota operazione spettacolare ma elabora un discorso (non importa quanto goffo e risibile) per salvarlo, allora Il gladiatore II sarebbe un film che merita di essere difeso. Se invece si pensa che ogni film debba guadagnarsi l'attenzione che chiede e l'importanza che si attribuisce, allora non si può che prendere atto di un nuovo tassello nel mosaico ormai sconfortante della crisi di Scott.
Con l'eccezione di The Last Duel (che ritrovava una buona sceneggiatura del duo Affleck/Damon) gli ultimi film del regista sono riusciti a essere al contempo indiscutibilmente personali e cinematograficamente quasi irricevibili. Si potrebbe dire che rispetto al livello (anche tecnico) di un House of Gucci o dello stesso Napoleon, Il gladiatore II "sembra un film". Ma è anche vero che quelli avevano almeno l'intelligenza di calcare i propri eccessi alla ricerca di un paradossale effetto ironico, usandoli in una chiave autoparodistica che riusciva a essere in linea coi ritratti bestiali, volgari e ridicoli dei protagonisti.
Il gladiatore II guadagna qualcosa sul piano della messa in scena ma perde totalmente questa voglia di destrutturarsi e prendersi in giro. Come il primo Gladiatore aspira a un'epica classica di ampio respiro, sulla cui solennità si và a sfracellare il duo di Scott e del suo sceneggiatore ormai di fiducia David Scarpa, che con questo film compone un terzetto degli orrori che comprende Napoleon e Tutti i soldi del mondo.
Quasi inutile soffermarsi sulla sceneggiatura, che da una parte è un lavoro alimentare di riscrittura del primo film con innesti di altre opere scottiane (l'ascesa criminale di Macrino come quella di Frank Lucas in American Gangster) dall'altra regala alcuni dei dialoghi più goffi e didascalici dell'anno, non perdendo occasione per sottolineare cento volte a pennarello rosso i temi del film e cercando di orientare la lettura spettatoriale.
Più triste constatare una decadenza visiva che toglie a Scott quello che anche i suoi critici più feroci gli hanno sempre riconosciuto: la sua capacità visionaria, che spesso portava anche opere "minori" a raggiungere esiti figurativi straordinari (rifarsi gli occhi con Legend e certi passaggi di 1492 per credere).
Come per Napoleon il problema sicuramente non sta tutto nell'"occhio", ma in una Hollywood che non ha più le maestranze e il bagaglio tecnico per riproporre oggi quella che fu a tutti gli effetti una seconda rinascita del kolossal anni '50, coincidente con uno stato dell'arte degli effetti speciali che univa il meglio del neonato digitale e del vecchio analogico.
Allora Il gladiatore e Le crociate potevano ancora per vie traverse dirsi figli di Lawrence d'Arabia. Oggi Il gladiatore II, nonostante citi Spartacus nel più spudorato dei molti riferimenti kubrickiani che punteggiano la filmografia di Scott, non ha probabilmente mai avuto alcuna speranza (per sopraggiunte evoluzioni tecniche) di ripetere quel senso del paesaggio e delle grandi masse umane in movimento.
Resta una sola vera freccia al suo arco: Denzel Washington, rispetto alla cui grandezza di attore questo mezzo disastro può dirsi paradossalmente una conferma assoluta. Troppo facile fare bella figura quando tutto funziona, la sceneggiatura è buona e si interpreta un personaggio interessante. I grandi, quelli grandi davvero, sono gli attori che riescono a brillare di luce propria anche quando tutto intorno a loro va a rotoli. E Washington è di questa pasta: il suo Macrino porta in scena un'elettricità, un'intelligenza e un senso di pericolo che non hanno niente a che fare col banale personaggio che potrebbe essere su carta.
È tutta farina nel suo sacco. E vale da solo la visione.