Bill osserva quieto e pensoso il mondo attorno a lui, nel piccolo villaggio irlandese in cui vive. Le tracce della violenza e dei rapporti di potere nelle interazioni umane sono impercettibili eppure ubiquitarie, per chi voglia osservarle: una mano che si stringe a trattenere chi vorrebbe andarsene, un approccio scherzoso ma sottilmente predatorio. Episodi minimi, insignificanti, (probabilmente) senza conseguenze, ma rilevabili al luminol di uno sguardo attento e sensibile.
Poi c'è quell'istituto di suore al quale Bill consegna regolarmente il carbone per il riscaldamento, facendo il suo giro, dove vivono giovani ragazze così simili e così diverse dalle sue cinque figlie. E ci sono quei ricordi confusi della sua infanzia, con la madre di Bill che era stata proprio una di quelle ragazze.
In Piccole cose come queste, presentato al Festival di Berlino, il regista belga Tim Mielants riesce a addentrarsi in uno dei vissuti più traumatici della recente storia irlandese, quello delle cattoliche Case Magdalene, in cui giovani ragazze venivano istituzionalizzate con lo scopo dichiarato di provvedere alla loro moralità (fossero esse incinte senza essere sposate, troppo interessate al sesso per i canoni dell'epoca, incaute vittime di stupro o semplicemente orfane) e quello incidentale ma affatto trascurabile di fornire manodopera forzosa e non pagata alle remunerative lavanderie operate dalle religiose.
Eppure Piccole cose come queste non accompagna per mano lo spettatore in una esaustiva rappresentazione dello scenario storico, non illustra punto a punto tutto ciò che ora si sa in merito, ma procede per ellissi e non detti, lascia trapelare elementi slegati, mette dubbi e li lascia macerare pian piano, ponendo lo spettatore nei panni di Bill e di chiunque di trovasse allora ad osservare la situazione dall'esterno. E lasciando solo al lapidario cartello finale la dimensione orrorifica del misfatto.
Prendendo le distanze dalle abituali strutture narrative a puzzle, in cui tutti i pezzi sebbene misteriosi all'inizio combaciano perfettamente alla fine, Mielants mette in scena il romanzo omonimo di Claire Keegan, adattato per lo schermo da Enda Walsh, con una originalissima e straniante omertà visiva, riuscendo a rendere con sorprendente forza gli infingimenti dei singoli individui e di interi gruppi sociali di fronte a determinate circostanze e disparità di potere.
Con un'ambientazione anni '80 per una volta non raccontati come una radiosa età dell'oro, Piccole cose come queste vive di oscurità e di penombre, e di un paesaggio delineato dalla neve – simbolo di immobilismo nel seminale I morti di James Joyce, guarda caso – mai candida e pura ma invariabilmente sporca, e subito violata da passi umani nell'unica scena in cui si era presentata incorrotta.
Fondamentali, per dare un'atmosfera quasi-thriller a quello che avrebbe potuto essere un semplice period drama, l'uso del sonoro e le ottime interpretazioni del protagonista Cillian Murphy, tornato immediatamente alla sua Irlanda dopo l'Oscar e la sbornia di celebrità di Oppenheimer, e della sempre eccellente Emily Watson, l'uno febbrile e l'altra raggelante.
L'altro grande film sullo stesso argomento, Magdalene di Peter Mullan, vincitore a Venezia nel 2002, viene omaggiato non troppo nascostamente dal movimento della macchina da presa nella scena del pub.