È difficile non sentire le suggestioni di The Tree of Life durante la visione di Here, il ventiduesimo lungometraggio del regista Robert Zemeckis che, come Terrence Malick, riflette su come le singole esistenze possano sembrare irrilevanti nel contesto della creazione e dell'enorme vastità del tempo perché la vita, in fondo, si sussegue sempre uguale a sé stessa.

Fedele ad uno sperimentalismo tecnologico e intellettuale che da sempre permea i suoi film più riusciti, da Forrest Gump a Ritorno al futuro, in Here Zemeckis riduce lo spazio della visione ad un’unica inquadratura fissa, metafora di una finestra aperta sul tempo che ci permette di osservare generazioni di vita americana viaggiando in maniera non sequenziale attraverso le epoche pur restando sempre nello stesso posto: qui.

Per farlo il regista e il suo co-sceneggiatore premio Oscar Eric Roth adottano una soluzione formale altamente innovativa, sfruttando conquiste ed estetiche digitali contemporanee per aprire letteralmente varchi visivi dentro l’inquadratura tradizionale.

Questo consente loro di passare liberamente da una scena all’altra e di offrire al pubblico la visione di una molteplicità di epoche svincolate dall’ordine cronologico: l’estinzione dei dinosauri si intreccia con le vicende della famiglia di un veterano della guerra, l’esperienza del mondo dei nativi americani si affianca agli eventi fondamentali della vita dei due protagonisti Ricky e Margareth (rispettivamente interpretati da Tom Hanks e Robin Wright, di nuovo insieme 30 anni dopo Forrest Gump) la quotidianità di una famiglia di afroamericani contemporanei scorre al fianco delle vicende di un inventore e di sua moglie.

Ispirandosi all’omonima graphic novel del 2014 di Richard McGuire, il regista di Chi ha incastrato Roger Rabbit e Polar Express torna alle origini della storia del cinema azzerando le conquiste del montaggio e costruendo l’immagine come un collage di inquadrature singole che sostengono la narrazione.

Zemeckis privilegia la messa in scena su una prospettiva a fuoco centrale coordinando creativamente gli elementi del profilmico, proprio per dare una visione completa dell’ambiente: scenografia, arredi, illuminazione, costumi, entrate in scena e uscite di campo degli attori. Ciò che conta in Here è il potere visivo delle singole inquadrature, che sono sostanzialmente “autarchiche” e sintetizzano i diversi punti di vista in una sola composizione.

La rappresentazione dell’evento narrativo nasce principalmente dall’esibizione dello spazio con all’interno i suoi protagonisti, l’ampio soggiorno di una casa americana con vetrata e caminetto dove scorre la storia dell’intera umanità.  Ogni nuova scenografia si trasforma in una possibilità di seduzione dello sguardo, una invenzione satura di elementi, dove si spiega il senso della vita.

Una visibilità che si materializza nella cura scenografica e decorativa, invitando lo spettatore a compiere un viaggio vertiginoso nella storia dell’umanità, tra ambienti familiari capaci di rianimare la memoria. Uno spazio composito abitato da molteplici esistenze e dagli eventi salienti che esse esperiscono, nascita, innamoramento, morte, che ritornano sempre uguali a sé stessi, in ogni epoca.

Solo alla fine del film la dinamizzazione del quadro, rompendo la ieraticità con la quale era stata costruita sino a quel momento, propone al pubblico un itinerario di percezione inconsueto, offrendo una visione mobile dello spazio per suggerire una riflessione dolcemente malinconica sul senso della vita e lasciando al compositore Alan Silvestri (un altro veterano di Forrest Gump) l'onere di fornire l'emozione.