Bianca. Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno. C’era una volta in America. Kaos. Non ci resta che piangere. Così parlò Bellavista. L’allenatore nel pallone. Il ragazzo di campagna. Vacanze in America. I due carabinieri. Sotto… sotto… strapazzato da anomala passione. Occhio, malocchio, prezzemolo e finocchio. In mezzo a questi titoli, tutti usciti in Italia nel 1984, svetta un faro, anzi, un totem. Un apice di stracultismo chiamato Arrapaho, considerato tra i prodotti più bassi della cinematografia italiana (e non solo).
Questo non ha mai costituito un problema per il suo regista, Ciro Ippolito, un autentico cane sciolto impossibile da istituzionalizzare. Un agitatore culturale con l’arteteca, come si direbbe a Napoli. Spirito altamente irrequieto, Ippolito passa dal ruolo di assistente alla regia di Roberto Rossellini a produrre gli spettacoli di Leopoldo Mastelloni, finisce in tournée con i Brutos, scrive polizieschi, dirige (e recita) sceneggiate. È addirittura in grado di mettere in crisi i produttori di Alien di Ridley Scott firmandone un seguito apocrifo, chiamandolo spudoratamente Alien 2. Ancora oggi, resta il motivo più probabile per cui il sequel firmato da James Cameron si intitoli Aliens.
Ma il film italiano più brutto di sempre secondo il Morandini non è (il pur criticatissimo) Alien 2 — Sulla Terra, che interessò in fase di pre-produzione anche Mario Bava, ma proprio Arrapaho. Un’opera irragionevole, arbitraria, scombinata, sconsiderata, incoerente, maleducata. Insomma, una dichiarazione di intenti.
Come spesso accade in questa nazione, nonostante il messaggio venisse urlato, cantato, (di-)spiegato, persino scritto a caratteri cubitali nei titoli di coda (“disastrosamente diretto da”), non è mai stato recepito del tutto. Né durante il processo produttivo, né in ambito critico (fatta eccezione per una manica di lucidi relativisti, come Marco Giusti). Un malinteso tutto italiano che ha rappresentato la sua più grande fortuna. Sarà infatti il pubblico a premiare questo atto dadaista — perché di questo si tratta: non basta dire che è un brutto film — elevandolo a oggetto di culto assoluto.
Se chiedete a Ciro Ippolito, risponderà che tutto nasce con la visione de Il senso della vita dei Monty Python. “Non c’era nulla in Italia su cui potermi aggrappare per fare un film così e quindi cercavo, pensavo, ma non mi veniva nulla. Una sera ero a Napoli ed ero andato a cena alla Bersagliera. All’uscita — avevo l’albergo Santa Lucia di fronte, stavo per attraversare la strada — passò un’utilitaria che quasi mi mise sotto. Aveva un tettuccio aperto ed erano quattro-cinque persone a bordo, con le casse a tutto volume e il tambureggiare di Arrapaho degli Squallor e con tutti i ragazzi che cantavano questa canzone. Mi dissi: eccola l’idea… Arrapaho, con gli Squallor indiani e napoletani!”.
Ma chi erano mai questi Squallor? Per citarli direttamente: “Dopo i Beatles, i Pink Floyd e Orietta Berti nacquero gli Squallor. Fenomeno di successo, fenomeno di cesso, ma sempre un fenomeno era". Mossi dalla visione di Bedazzled (Il mio amico il diavolo) di Stanley Donen e dalla musica che accompagnava il recitato con tono distaccato, gli Squallor nascono come “via di fuga” del gotha produttivo della musica pop italiana negli Anni ‘70 e ‘80. Un moto carbonaro formato dai compositori Daniele Pace e Totò Savio, dal paroliere Giancarlo Bigazzi e dal discografico Alfredo Cerruti.
Non ci soffermeremo sulle opere celebri scritte e prodotte da questi signori (E la luna bussò, Nessuno mi può giudicare, Cuore matto, Maledetta primavera, Rose rosse, Gloria, Erba di casa mia, tanto per citarne alcune), piuttosto sull’esperimento tutto, che consisteva nell’esorcizzare pretese, gelosie e ripicche dei cantanti con cui il supergruppo aveva a che fare ogni giorno (veri “scassacazzi” secondo Cerruti), nel ribaltare le consuetudini e nell’esagerare consapevolmente.
Il tutto nell’Italia bigotta in cui si finiva per temere anche arie ingenue come Far l’amore con te di Gianni Nazzaro. In questo contesto, gli Squallor divennero idoli senza volto, nascosti dalle grafiche dei 33 giri, e la loro volgarità un culto. Non si trattava di volgarità sguaiata, ma della superficialità demenziale tipica dei bambini. Giochi di parole alienanti, pronti a far inorridire i benpensanti e a entrare con prepotenza nel linguaggio quotidiano dei più giovani.
Arrapaho, di fatto, costituiva la nona uscita di una discografia multiforme e ricchissima, composta da album quali Vacca, Pompa, Cappelle, Tromba, Scoraggiando. Sarà la title-track del disco a stiracchiare l’idea di Ippolito, in cui si descrivono le abitudini della tribù degli Arrapaho (con due “r”: il popolo degli Arapaho con una “r” sola esiste davvero), trasformando il film in una specie di Romeo e Giulietta in salsa western.
Scella Pezzata (la showgirl Tinì Cansino, al suo debutto sul grande schermo), promessa sposa di Cavallo Pazzo (Armando Marra, scoperto da Pietro Germi, attore che ha già un curriculum di tutto rispetto), è in realtà innamorata di Arrapaho (Urs Althaus, ex-calciatore e modello introdotto al cinema da Lina Wertmüller e già “star” de L’allenatore nel pallone). In questa commistione di stereotipi in cui si mescolano in maniera dissacrante nativi americani e napoletanità (con leggerezza quasi affettuosa, immaginando un’affinità oltreoceanica), Ippolito incastra parodie di tormentoni pubblicitari e scenette che non c’entrano nulla, funzionali a portare la pellicola al metraggio standard di un’ora e mezza.
Un delirio completamente disorganizzato e autoprodotto, dal momento che nessun altro crede nel progetto. Ippolito procede in solitaria, senza alcuna velleità, con un po’ di paura per i debiti che cominciano ad accumularsi e con qualche aiutino. I cavalli, per esempio, gli verranno noleggiati a cifre ridicole da una scuderia in rovina, che crede stia realizzando un nuovo grande spaghetti western capace di rilanciare il genere. Leggenda vuole che giri tutto in soli quindici giorni, dando un solo diktat agli Squallor: “dovete violentare il film!” E così fecero.
Daniele Pace nei panni di Palla Pesante improvvisa la maggior parte delle battute con la sua inconfondibile “r” moscia. Le scene dell’impiegato che non riesce a prendere il tram, di Berta e di Pierpaolo (la ragazza corteggiata e il viziatissimo rampollo di ricca famiglia, personaggi ricorrenti nelle canzoni degli Squallor) estraniano più di quanto la trama principale non faccia. Gli spot-parodie diventano il contraltare consapevole dell’iniziativa di Federico Fellini, Non si interrompe un’emozione, volta a impedire le interruzioni pubblicitarie dei film in TV.
Dal canto suo, Ippolito priva Arrapaho di qualsivoglia compattezza visiva girando sulla Tiburtina, senza continuità di luce perché semplicemente non era possibile. E sulle note dell’Aida, in un finale situazionista, srotola un elenco di “altri interpreti invisibili”, da Marlon Brando a Faye Dunaway, giusto per allungare il brodo.
Il trailer (costruito a mo’ di videoclip) fa il giro di svariati pub della penisola grazie a una raccomandazione di Renzo Arbore. Arrapaho esce in due sale, il 14 e 15 agosto 1984, rispettivamente a Viareggio e a Ischia. È lo stesso Ippolito, in quanto produttore, regista e distributore, a portare le pellicole in quei cinema, riscontrando file insperate e un successo che richiede addirittura delle repliche. La reazione del pubblico porta il direttore della più grande catena di cinema italiani a programmarlo in centoventi sale e Goffredo Lombardo della Titanus a firmare un assegno da un miliardo per un sequel, “sulla fiducia”. Ovviamente Arrapaho 2 non si farà mai. Uccelli d’Italia, ispirato a un nuovo album degli Squallor, sì. Ma questa è un’altra storia.
“Se un film brutto dovesse superare Arrapaho per me sarebbe un grande problema. Non so se poi nell’arco degli ultimi quarant’anni il film sia stato superato in bruttezza. Mi dispiacerebbe moltissimo. Ci tengo molto a questo record e vorrei tenerlo". E se Arrapaho, oltre che un film dichiaratamente brutto, fosse la fotografia di un momento storico irripetibile, in cui anche la comicità e i comici (qui assenti) necessitavano di essere decostruiti attraverso un film sbagliato, sgangherato, che si prendesse gioco di tutti? E se, come un’ascia tomahawk lanciata al cuore di una produzione tanto demenziale quanto inerte per il cinema in patria, catturasse una crisi sociale più ampia di quel che al tempo si potesse comprendere?
Ai posteri l’ardua sentenza. Intanto non ci resta che consigliarvi: “ciao, guardatevi Arrapaho".