“Andiamo a est per comprendere la storia”. L’esortazione di Thoreau pare essere stata presa alla lettera dai tre protagonisti di Est – Dittatura Last Minute (2020) quando, nel 1989, partirono da Cesena per un viaggio tra Ungheria e Romania alla scoperta di Paesi sconosciuti e una realtà ben diversa da quella vissuta al di qua del muro di Berlino: un’esperienza che segnò profondamente le loro esistenze.
A distanza di due anni Pago e Rice ripartono verso le stesse mete con il medesimo spirito guascone, stavolta per accompagnare Bibi a incontrare Yuliya, una ragazza bulgara con la quale intrattiene da mesi una fitta corrispondenza a distanza, finendo per farsi coinvolgere in una serie di pericolosi equivoci tra servizi segreti internazionali, traffico di esseri umani e sensibili informazioni militari.
A cinque anni dal capitolo precedente, praticamente ignorato in Italia causa pandemia COVID-19 ma di grande successo all’estero dove ha vinto sedici festival internazionali, la squadra di Est torna sui propri passi, decidendo di raccontare l’evoluzione dei simpatici quanto ingenui ragazzi del capitolo precedente, ora cresciuti ma non troppo, e del loro legame amicale.
Prodotto dagli stessi Maurizio Paganelli e Andrea Riceputi protagonisti della vicenda che ha ispirato il primo film – definito da Oliver Stone “bello, semplice, avvincente” – e diretto ancora da Antonio Pisu, Tornando a Est manca clamorosamente il bersaglio, restando troppo vincolato all’opera precedente in un confronto impari che sa di déjà vu.
Se il secondo lungometraggio di Pisu riusciva efficacemente a trattare con leggerezza, ma non con superficialità, un’importante pagina di storia e la riflessione su un’Europa ancora oggi così diversa da come la si era sognata, il nuovo film pur riprendendone il discorso si perde in una serie di sketch già visti (il passaggio alla dogana, gli equivoci linguistici, i “mercatini” improvvisati) e una trama troppo arzigogolata che snatura il lodevole intento iniziale.
Effettivamente per questo nuovo capitolo gli autori hanno affermato di essersi ispirati a episodi e situazioni da “zingarata” tra amici vissuti dal trio cesenate nel corso di altri viaggi fatti nei primi anni Novanta in Est-Europa. Ma privi di una storia forte come il trasporto della valigia per conto di un profugo rumeno verso la città natale del film precedente, hanno aggiunto una spy story vera non vissuta però dai tre protagonisti. Ed è proprio questo aspetto a rendere la vicenda irreale, poco credibile e poco convincente, facendo dell’opera un racconto giovanilistico di dubbia efficacia.
Lo spontaneo provincialismo che faceva di Pago, Rice e Bibi dei Candide volteriani alla ricerca di sé attraverso un viaggio in un territorio straniero che rendeva estranei loro stessi, in Tornando a Est li rende l’esempio perfetto dei “pataca” romagnoli: sciocchi e immaturi bamboccioni un po’ cialtroni alla ricerca di avventure perché insoddisfatti delle proprie vite. A redimerli, solo in parte, quella trita retorica da italiani brava gente che li porta a prendere a cuore la situazione di Yuliya e aiutarla a venirne a capo.
Troppo poco per entusiasmare, come un viaggio all’avventura accompagnati da una guida turistica.