Tra le doti maggiori di Gabriele Mainetti c’è la capacità di mettere insieme elementi molto distanti tra loro con una naturalezza e un’organicità che sulla carta parrebbero impensabili. Lo aveva già dimostrato nei suoi due film precedenti – e già nei primissimi cortometraggi, lavori con cui si era fatto conoscere da una nicchia cinefila – e lo ribadisce con La città proibita.

Questa volta l’incontro tra influenze diverse si riflette anche nella narrazione, basata proprio sull’incontro tra due culture il più distanti possibile, quella tra la Roma verace e la Cina delle arti marziali. È un incontro che avviene tra i due protagonisti, Mei (Yaxi Liu) e Marcello (Enrico Borello) e che corrisponde all’incontro tra il cinema italiano più tradizionale, quello della commedia all’italiana e del mafia movie, e il cinema di arti marziali.

Il tutto avviene con un’organicità che ribadisce la dimestichezza di Mainetti nel giocare con i generi, nel rimescolare le diverse influenze che alimentano il suo cinema per dare vita a pellicole coerenti e credibili pur nella loro eterogeneità. Nel caso di La città proibita, questo è soprattutto evidente nel modo in cui Mainetti riesce a gestire le diverse anime del racconto, quella più comica, rappresentata dalla componente romana più vicina alla tradizione italiana, e quella action.

Si tratta di un’azione girata con grande maestria, curata nei minimi dettagli, indice di un notevole gusto per lo spettacolo cinematografico e di una capacità di affrontare il genere con rigore, un approccio più comune alla serialità italiana contemporanea, piuttosto che alla sua controparte cinematografica. E infatti non stupisce che a firmare la sceneggiatura con lo stesso Mainetti ci siano Davide Serino e Stefano Bises, due tra gli autori più interessanti nella produzione seriale italiana degli ultimi anni.

Tuttavia, se a convincere è soprattutto la gestione dei diversi toni della storia, la scrittura mostra i propri limiti nell’incedere degli eventi e nella struttura complessiva dell’opera. L’appendice finale che segue al climax del racconto non ha la carica emotiva necessaria e spezza la tensione accumulata fino a quel momento. L’impressione che si ha è quella di una scrittura attenta a dare credibilità all’ibridazione di due universi narrativi così distanti, in particolare nelle sue espressioni più spettacolari, ma meno curata per quanto riguarda l’intreccio.

La città proibita si rivela, però, una riflessione non banale sulle tensioni e i cambiamenti che vengono generati dall’incontro e il mescolamento tra due culture distanti, un tema da sempre ricorrente nel cinema, ma che nell’Italia di oggi assume una centralità ancora più evidente. Mettendo in scena un microcosmo estremamente multiculturale, diviso tra istanze più globaliste e resistenze tradizionaliste – interpretate soprattutto dal personaggio di Marco Giallini – La città proibita racconta una realtà sempre più caratteristica delle metropoli occidentali contemporanee e dell’Italia nello specifico, che diventa a sua volta metafora dell’opera di Mainetti nel più generale contesto del cinema italiano.

Non è infatti difficile leggere questo scontro intellettuale tra accettazione e respingimento del diverso come specchio della produzione italiana contemporanea, sospesa tra tendenze più sperimentatrici e un tradizionalismo di fondo che sembra trovare il sostegno della maggioranza del pubblico.

A fronte di questa riflessione, viene però da chiedersi se esista effettivamente un potenziale pubblico in Italia per un film come La città proibita e, se la risposta è sì, perché esso non sia stato costruito in questi mesi, tramite una promozione che un film di questa portata e questo budget – ben 17 milioni di euro – avrebbe richiesto. Non è questa la sede per indagare le ragioni di una distribuzione così poco lungimirante né per fare una riflessione sullo stato di salute dell’industria cinematografica italiana, ma è evidente che la nicchia cinefila non è la posizione che il cinema di Mainetti dovrebbe occupare in un’industria sana.