I personaggi di Nonostante, secondo film diretto da Valerio Mastandrea, si muovono tra i corridoi di un ospedale senza che nessuno li veda, quasi come non esistessero. La loro condizione di anime vaganti è presto spiegata: coloro che vanno in giro ma non sono visti da nessuno sono in coma, sospesi tra la non-vita e la morte.

Ecco allora che Nonostante tutto, queste persone esistono, hanno una loro routine, delle amicizie e persino dei sentimenti, anzi, forse quello è persino un problema. Dei tanti nessuno si presenta, per noi spettatori non hanno un nome, ma tra di loro si conoscono tutti, sanno da quanto tempo sono in quella condizione e che il nostro protagonista, che per comodità chiameremo Mastandrea, è un giocherellone disilluso intento a nascondere la propria tristezza dietro finto disinteresse e battute sarcastiche.

A smuoverlo da questa condizione ci penserà una donna (un classico…), la quale, a differenza sua, non ha nessuna intenzione di sottostare alle regole di questa dimensione mistica e reclama con impazienza il proprio destino, che si tratti di morire o tornare in vita. Tutti gli altri invece attendono, anzi si può dire che si godono tranquillamente l’attesa bazzicando tra i vari reparti, andando addirittura in gita e senza mai soffermarsi troppo a riflettere sulla propria condizione. A dir la verità, gli unici che sembrano porsi interrogativi a riguardo sono i due protagonisti, da un lato un uomo spaventato da ciò che lo attende e forse dalla vita in generale, così comodo nella sua condizione di non esistenza da non volerla abbandonare, e dall’altro il suo esatto opposto.

L’interessante idea alla base di Nonostante permette dunque curiose riflessioni sul rapporto che si può avere con la morte, che sia di dolce attesa, di indifferenza o mal celato timore e in generale, l’approccio fantastico al tema, scevro da retorica e facili sentimentalismi è l’elemento più interessante del film.

Il taglio sarcastico con cui il regista affronta il concetto di perdita, che si tratti di una stanza o dell’assenza di un padre, e la paura di affrontare la realtà rifugiandosi in una dimensione ultraterrena, laddove basterebbe invece un salto per riportarci con i piedi per terra, risultano efficaci nel fornire al film uno stratagemma originale e interessante per affrontare argomenti che altrimenti rischierebbero di appesantire fin troppo una narrazione già drammatica di suo.

Tuttavia, la semplicità con cui la vicenda si risolve affidandosi alla solita storia d’amore, tanto priva di vissuto quanto impattante per la “vita” del protagonista, toglie forza all’intera operazione. È il colpo di fulmine a scuotere Mastandrea, ma non vi è né il modo né il tempo di esplorare questa relazione che i due amanti sono già diventati altri, cambiati radicalmente e pronti ad affrontare il loro “finale”. Inoltre la presenza dei personaggi secondari risulta utile al solo scopo di arricchire la scena, dando la parvenza di coralità a un racconto ossessionato invece dai propri protagonisti.

Non ci è dato di sapere nulla su questi coinquilini ospedalieri e se l’idea di non parlare della propria vita passata (in virtù di quella nuova? Chissà) potrebbe risultare anche interessante, l’assenza di un qualunque tipo di contestualizzazione o utilità all’interno della storia, rende i comprimari privi di qualunque interesse, mere maschere senza corpo. Discorso non troppo diverso per il personaggio interpretato da Giorgio Montanini, l’unica persona vivente capace di vederli, che se invece riceve un minimo di background rispetto agli altri ha però un ruolo unicamente funzionale per via della sua immotivata e inspiegabile abilità, quasi fosse un oggetto magico da utilizzare al bisogno.

Se quindi l’idea di rendere l’ospedale un luogo di transito in cui le anime soggiornano sardonicamente insieme ai malati in attesa di un verdetto si rivela una carta vincente, e in opposizione rispetto alla pesantezza di racconti di questo tipo, il modo in cui il tutto è sviluppato e affrontato lascia molto a desiderare, con un finale che seppur permette all’elemento fantastico di esplodere e prendere finalmente il sopravvento, è però talmente macchinoso, per via dell’utilizzo meramente strumentale di certi personaggi, da correre il rischio di oscurare quanto di buono visto fino a quel momento.