“Possiamo davvero mangiare?”: sembra impossibile, a Leni, avere la possibilità di sedersi a quella tavola imbandita e poter assaporare le prelibatezze che vede davanti a sé. Ma è il novembre 1943 e anche nella Prussia orientale la fame si fa sentire. Il prezzo da pagare per questo pasto è molto alto: Leni e le altre sei ragazze scelte nel piccolo villaggio di Gross-Partsch tra le donne tedesche senza marito (perché vedove o non maritate o perché il consorte è al fronte) dovranno mangiare a pranzo e a cena il cibo destinato a Hitler allo scopo di capire se i piatti (o i loro ingredienti) siano stati avvelenati.
Le assaggiatrici – tredicesimo lungometraggio di Silvio Soldini ma suo primo film in costume – racconta il dramma di queste ragazze, costrette a giocare a una sorta di roulette russa due volte al giorno in una situazione tragica e surreale, dove la tanto agognata fonte di sostentamento si riveste di terrore e repulsione per la possibilità che nasconda la morte.
Muovendo dall’omonimo romanzo di Rosella Postorino (Premio Campiello 2018), Soldini estende il suo amore per le figure femminili a un microcosmo di donne sui cui corpi, violati nell’atto stesso di essere alimentati, si combatte una battaglia di potere: il maschio/soldato (dunque la società militarizzata e patriarcale) impone il nutrimento, oggettivizzando il corpo femminile attraverso la coercizione armata e il pagamento di uno stipendio meramente simbolico, volto non a sancire un contratto liberamente sottoscrivibile o rescindibile bensì ad auto-giustificarsi e auto-determinarsi nella propria imposizione.
Il gruppo di ragazze – tra le quali il film sceglie la berlinese Rosa Sauer (Elisa Schlott) come privilegiato punto di vista da cui osservare il mondo e le sue contraddizioni – è indagato nelle sue individualità e nei rapporti interpersonali tra le sue appartenenti: diffidenza, amicizia, confidenza, tradimento sono tappe di un percorso che Soldini sa descrivere con delicatezza, ponendosi con empatia verso le sue protagoniste senza tradire il proprio sguardo autoriale.
Il rigore delle inquadrature, con la loro perfetta simmetria in momenti topici come l’arrivo nella caserma e le sedute a tavola, riflette il contenimento di una violenza che oltre ad essere fisica è anche (se non soprattutto) psicologica. Le stanze chiuse, i campi stretti, gli uomini in piedi che circondano le ragazze sedute al desco trasmettono un senso di claustrofobia che opprime lo spettatore tanto quanto le protagoniste ed è naturalmente destinato ad esplodere.
Sul piano narrativo, a scardinare l’imprigionamento di Rose nella sua condizione di cavia sono il progressivo liberarsi di quel mélange di pudore, eleganza e compostezza che l’aveva connotata nella prima parte del film e soprattutto una contraddittoria e inconfessabile passione erotica e sentimentale – da troppo tempo soffocata a causa della lontananza del marito, ora “disperso in azione” – ancora una volta indirizzata verso un “superiore”.
A livello registico e figurativo, invece, è l’estrema mobilità della macchina da presa nei momenti cruciali dell’avvelenamento e dell’attentato al Führer a simboleggiare tanto il concretizzarsi del temuto pericolo quanto il progressivo avvicinarsi del collasso del sistema su sé stesso. Domande quali “Chi dice che vorrei essere salvata?” e “Possiamo sperare di perdere?” riflettono infatti un graduale instillarsi del dubbio, del rifiuto, della negazione di un ordine precostituito ed imposto alle giovani donne e alla società intera, rivelando così un sottotesto molto potente di frizione e tensione sociale rispetto alle norme vigenti.
Le assaggiatrici è un film forte e complesso, che ricostruisce fedelmente il contesto storico grazie a scenografie, arredi, acconciature e costumi molto puntuali e restituisce anche una verità psicologica per merito delle ottime interpretazioni delle attrici protagoniste. Alla base del film (e del libro di Pastorino) vi è infatti la storia vera di Margot Wölk che solo nel 2012, a 95 anni, rivelò di essere stata una delle giovani tedesche costrette ad assaggiare i pasti di Hitler, rendendo pubblica una vicenda che sarebbe stata altrimenti dimenticata.
Scegliendo di focalizzare la propria attenzione su Rosa e sulle sue amiche, Soldini compie una precisa scelta di campo. Se la Storia è al di là di un muro o di una finestra (e in questo risuona la scelta radicale della Zona d’interesse di Jonathan Glazer: là oltre il giardino vi era il campo di sterminio di Auschwitz, qui siamo a poca distanza dalla Tana del Lupo), le persone e le vite che da quella Storia rischiano di non essere tramandate meritano di essere mostrate e raccontate.