"Dimmi in quale preciso momento un individuo smette di essere quello che crede di essere" chiede Trelkowski in uno dei passaggi più significativi de L'inquilino del terzo piano di Roman Polanski. Riflessione verbale rivolta tanto a sé stesso quanto all'interlocutrice in scena, ma anche al pubblico posizionato al di là dello schermo. Un quesito che Leos Carax introietta e restituisce nella sua sperimentale autobiografia, nella quale, non a caso, il celebre e controverso regista polacco viene menzionato attraverso la scansione di alcuni passaggi cruciali della sua vita.
È proprio un discorso sull'identità quello a cui Carax vuole spingere, sin dal titolo, C'est pas moi (visibile su IWonderfull), che come un'opera surrealista magrittiana nega paradossalmente l'evidenza, per sottolinearla e ribadirla con forza. Perchè qui c'è tutto Carax. È lui ovviamente attraverso i suoi film, ripercorsi a frammenti al fine di svelare nuove verità, e attraverso i suoi personaggi, su tutti quelli interpretati da Denis Lavant, ancora una volta ben più di un attore feticcio, ma un vero e proprio alter ego dell'autore.
C'est pas moi è Carax al di là delle imposizioni dei formati filmici commerciali; 42 minuti non sufficienti a farne un film convenzionalmente distribuibile, ma strabordanti anche nel formato del cortometraggio, per sfuggire ostinatamente a qualsiasi convenzione.
C'est pas moi è Carax al di fuori dei contorni di una narrazione lineare, costantemente messi in discussione nel corso della sua intera filmografia, fronteggiati e portati alla crisi nel suo film più ostico e ammaliante (Holy Motors, 2021) e qui definitivamente superati per lasciare spazio ad un flusso concettuale di straordinaria potenza.
C'est pas moi è Carax nel malinconico sguardo agli affetti personali, dalla tenerezza nei confronti della figlia passando per la malinconia dello sguardo volto alla ex compagna Katia Golubeva, tragicamente scomparsa nel 2011 e protagonista dello straordinario Pola X; tra i film meno conosciuti del regista ma qui ripresentato con un'insistenza avente come fulcro proprio la figura della sua musa.
C'est pas moi è Carax nel suo rapporto con le immagini, la loro potenza travolgente e talvolta anche insostenibile e ripugnante. Lo è nella profonda relazione del suo cinema con la componente musicale, spesso colonna portante di lunghe sequenze se non addirittura di intere opere, come nel caso della felicissima collaborazione con gli Sparks per il recente Annette.
C'est pas moi è Carax nel rapporto con gli artisti che hanno stimolato la creatività: dal già menzionato Polanski, al formalismo più estremo di Godard, per finire nuovamente alle suggestioni della musica con la rielaborazione della corsa selvaggia di Alex nel suo Rosso sangue, sorretta nella versione originale da uno dei brani più esplosivi di David Bowie (Modern Love) e qui invece accompagnata dalle sole parole dell’opera testamentaria del Duca Bianco (Lazarus), altra forma di radicale devozione all’arte.
C’est pas moi è un’affermazione canzonatoria che si riferisce ad un autoritratto nella sola forma possibile per una personalità come quella di Carax, incapace di creare senza scuotere e sconvolgere gli elementi che maneggia. C’est pas moi è l’opera caraxiana definitiva, ermetica nelle sue parti eppure incontrovertibilmente limpida nella sua immagine d’insieme, fedele alla massima secondo cui le azioni rivelano l’entità profondo di un essere in maniera più esaustiva di qualsiasi definizione.
Contraddittoria, inqualificabile, e quindi ancora una volta perfettamente coerente. Oui, ceci n’est pas Leos Carax.