In piena celebrazione televisiva del piano sequenza, con i Dieci capodanni di Sorogoyen a festeggiare, assieme ad Adolescence, lo stilema principe del linguaggio cinematografico, ecco che lo ritroviamo in apertura di Black Bag – Doppio gioco, ultima fatica di Steven Soderbergh. Da consumato sornione, il regista statunitense lo arruola non per battere qualche record di durata, ma per chiamare Mr. De Palma e Master Hitchcock ad affidare al proprio alter ego Fassbender la consegna della mission impossible del film.

Qualche minuto di cinema, e gli elementi di Black Bag sono già tutti svelati: uomini tosti e stilosi, dialoghi in codice su un incarico segreto che salverà migliaia di vite, considerazioni su monogamia e infedeltà, e il viso impassibile di George Woodhouse (Fassbender), agente segreto dell’intelligence inglese che incidentalmente si ritrova a dover sottrarre alla morte non solo il mondo intero, ma anche il proprio matrimonio. O viceversa.

Fa sorridere come ultimamente i grandi registi si proiettino anche fisicamente negli attori protagonisti delle loro opere. Avevamo ancora ben presente Vincent Cassel sosia di Cronenberg in The Shrouds, altro film apertamente hitchcockiano immolato sull’altare macabro e semiserio dei sudari, ed ecco spuntare Fassbender munito degli occhiali alla Buddy Holly di Soderbergh a manovrare dietro le quinte e invisibile la rete di spionaggio nucleare che oppone, ieri come oggi, il regno di Sua Maestà ai cattivi russi. Come lui, l’iper-prolifico Soderbergh dirige, film dopo film dopo film, decine di ore di pellicola quasi nascoste al grande pubblico come alle grandi produzioni.

E di nuovo, similmente all’ultima opera del maestro canadese, anche Soderbergh tinge di comica solennità le figure e le trame del suo Black Bag, curandone al solito sotto pseudonimo anche fotografia e montaggio, e chiude i suoi “sei piccoli indiani”, colleghi e coppie nella vita, per lo più in interni, siano quelli di case di lusso, di luminosi uffici londinesi o di stanze murate in cui la macchina della verità seziona le sue cavie.

Poco utile ricostruire l’intricatissimo gioco di spie del film, simile per questo al No Sudden Move del Nostro, che nel 2021 giocava a carte coperte e incomprensibili con i soldi e le vite del ceto medio americano. Più pratico prendere nota di cosa si salvi, secondo il neo-romantico autore, nell’indecifrabile realtà odierna di finzioni, bugie e inganni già egregiamente delineata in Side Effects.

Lato oscuro della giocosa trilogia degli Ocean’s 11, 12 e 13, Black Bag scandisce l’evolversi dell’incarico di Woodhouse sui giorni della settimana, cominciando il venerdì sera e passando alla “cena con delitto” della domenica in cui le tre coppie di amanti e colleghi sono chiamate a tradimento a confrontarsi perché Woodhouse scovi fra loro la talpa. Passando per la replica dell’incontro, senza cena, del sabato, si approda infine al lunedì successivo, che apre la seconda settimana di lavoro del gruppo.

La struttura circolare della serrata sceneggiatura di David Koepp lavora in funzione del prestigiatore Soderbergh, desideroso di estrarre dal cilindro della sua borsa nera un coniglio preciso: il numero due. Due per le coppie del film, su tutte George e la moglie, divina e sfuggente creatura, e per innumerevoli altre situazioni: Woodhouse con ognuno dei suoi colleghi, ricattato da alcuni e ricattatore lui a sua volta, la psichiatra dell’agenzia a colloquio con i suoi pazienti spie, le gemme di coppie clandestine, non viste ma evocate, la sequenza citata sopra della macchina della verità, montata ad arte.

Ma anche l’ultima scena, quella del lunedì numero due (appunto), in cui una presenza altra fa in realtà capolino ed è, come quasi sempre in Soderbergh, il denaro.