Bird, come Birdy: l’uno, aiutante magico nella fiaba surreale di Andrea Arnold, l’altro, ometto sghembo nato dalla fantasia di Tiziano Sclavi che, nell’albo di Dylan Dog Il volo dello struzzo, spiega le sue ali per raggiungere un fantomatico e laico regno dei cieli.
Dai disegni di carta alle ipercinetiche immagini della cineasta britannica, il passo è breve, radente come un volo in picchiata. Si parla, tanto nell’uno quanto nell’altro caso, di volatili, uccelli che vogliono essere uomini e uomini che desiderano ali per evadere, attraverso due sceneggiature che fanno trascolorare l’orrore in un’apoteosi fantasy che solleva da terra anche le creature più improbabili.
L’orrore reale nella storia a fumetti è incarnato nelle gesta di un assassino, in Bird è invece imprigionato nel sottobosco povero e disfunzionale che partorisce, in una zona imprecisata del sud est londinese, padri giovanissimi e irresponsabili, famiglie allargate in crisi di identità e preadolescenti che non ridono quasi mai perché troppo impegnati a correre. Bailey, dodici anni, non si ferma mai, insegue i gabbiani, li imprigiona nelle inquadrature dello smartphone e sogna di fuggire come il suo amico Bird, misterioso viandante che la accompagna nel suo percorso oltre i margini di un’esistenza anonima.
Le deviazioni esistenziali di Bailey, Bird, Star, Mia e altri personaggi che hanno scosso il cinema di Arnold, sono acrobazie “across the border”, desideri di evasione che le proiettano oltre le trappole che la società predispone per loro. Sono spesso giovani donne che ricercano l’emancipazione attraverso una lotta individuale che si fa, almeno nelle intenzioni, resistenza collettiva.
In American Honey il limite sociale che blocca l’anelito di libertà dei giovani nel Midwest è la natura illegale del sogno americano, che riduce lo spazio onirico a un viaggio assuefatto alle regole della truffa (e al formato 4:3); Mia, invece, protagonista di Fish Tank, è una mina in procinto di esplodere, intrappolata in un rapporto conflittuale con la madre. A questi personaggi non resta che la fuga, reale o immaginaria che sia, attraverso percorsi accidentati e irti di ostacoli che rendono gli affreschi di Arnold favole disincantate intrise di cinismo e ispirate al realismo di Ken Loach.
Bird è costantemente contro tempo e contro tendenza, nella sua doppia natura di oggetto sfuggente e scordato, accattivante nell’estetica ma non per questo totalmente schiacciato alle logiche del cinema americano indipendente: lo potremmo definire un tourbillon de vie al ritmo baldanzoso del brit-pop, più che un semplice esempio di arthouse di facciata.
Il film corre, si muove insieme a Bailey (la straripante esordiente Nykiya Adams), slitta e strepita, divaga e sfonda i limiti dell’inquadratura, ma senza fagocitare troppo il messaggio che Arnold veicola all’interno del contenitore stilistico scelto. Il lirismo escapista è in perfetto equilibrio con i ritratti di marginalizzazione sociale che spuntano fuori dal fangoso Kent, andando così a definire ancora una volta il cinema di Andrea Arnold come una poesia dell’ordinario affogata nelle lotte del sottoproletariato urbano.