Parafrasando il titolo del libro di Dario Zanelli, Nel mondo di Federico – Fellini di fronte al suo cinema (e a quello degli altri), che Dario scrisse nel 1987, vi presento mio padre, giornalista, critico cinematografico e grande amico di Federico Fellini. Sono passati 25 anni dalla sua scomparsa, avvenuta il 10 maggio del 2000, e mi chiedo quanti tra voi che state leggendo questa breve nota, lo conoscano. Probabilmente non i giovanissimi, nati negli anni 2000 come mio nipote Federico (come Fellini, naturalmente) che non ha avuto il piacere di conoscerlo.

Inizio con una breve nota biografica per raccontare chi era mio padre. Dario Zanelli  nasce a Bologna nel 1922 ed è figlio d’arte: suo padre, Giannino Zanelli, era giornalista e scrittore, critico letterario e teatrale. Si laurea in letteratura latina all’Università di Bologna nel 1944, ma inizia subito a scrivere, ancora studente, pubblicando sulla terza pagina del Corriere Padano, allora diretto da Guido Aristarco, in cui si occupa soprattutto di critica teatrale.

Si lega subito in amicizia con altri giovani giornalisti di allora che faranno la storia del giornalismo italiano, come Enzo Biagi, Lamberto Sechi, Lorenzo Bocchi e Sergio Telmon. Subito dopo la Liberazione, viene chiamato proprio da Enzo Biagi a Radio Bologna - allora gestita dal Psychological Warfare Branch (PWB) degli alleati - nella Sezione Prosa dove esordisce come regista di commedie. Tra il 1945 e il 1946 si occupa di cronaca bianca ed è critico cine-teatrale alla redazione bolognese del quotidiano La Patria; nel giugno dello stesso anno passa al Resto del Carlino, che allora si chiamava Giornale dell’Emilia, per lavorarci poi fino al 1981.

Al Resto del Carlino comincia dunque come cronista di bianca e a questo proposito vorrei solo ricordare velocemente il servizio che fece assieme ad Enzo Biagi sull’alluvione nel Polesine, documentato dalle bellissime foto dell’epoca che raffigurano Biagi e Zanelli trasportati a spalla da due giovani del luogo affinché non si bagnassero troppo; e nel 1951 la cronaca dettagliatissima, che lo vide impegnato per mesi, del lungo processo Reder, il boia di Marzabotto. Una cronaca che è stata recentemente riportata alla ribalta, nel 2021, da una rappresentazione teatrale itinerante di Archivio Zeta.  L’attività di giornalista di Dario Zanelli ha avuto tante sfaccettature: ha scritto e si è occupato di vari argomenti, ma fin dagli esordi il cinema è stato la sua vera, grande passione.

Infatti, al Resto del Carlino, è prima vice-critico cinematografico, poi, dal 1952 diventa critico titolare con l’incarico di seguire i festival di Cannes, Venezia, Locarno, Taormina Sorrento, Teheran, San Sebastián, Pesaro e Bellaria. Tra il 1967 e il 1968, sotto la Direzione di Giovanni Spadolini, è corrispondente da Parigi e nel 1970, con l’arrivo alla direzione del Carlino di Enzo Biagi, ricopre il ruolo di vicedirettore.

Oltre all'attività principale svolta al Resto del Carlino, Dario Zanelli collabora anche con altre testate giornalistiche come La NazioneIl Tempo, la Gazzetta del MezzogiornoIl Giornale di Sicilia e il mensile Bologna Incontri e dirige per alcuni anni la collana Opinioni a confronto edita da Capitol. Per i programmi regionali di Rai 3 cura tra il 1982 e il 1985 una rubrica d'informazione e di critica cinematografica, Ritorno al cinema, intervistando, fra gli altri, l'amico Federico Fellini, Eugène Ionesco, Bernardo Bertolucci, Samuel Fuller, Michael Powell, Tonino Guerra, Gianfranco Mingozzi.

Fu anche membro, dal 1962, della Commissione Cinema di Bologna e con Renzo Renzi, Vittorio Boarini e Renato Zangheri, ha avuto un ruolo importante nella nascita della Cineteca per la quale diventerà capo ufficio stampa e direttore responsabile della rivista Cineteca, così come direttore de L'Immagine Elettronica e della Mostra internazionale del Cinema Libero. Membro dell'esecutivo del Sindacato nazionale critici cinematografici italiani (SNCCI), dal 1981 fino alla sua morte è stato anche presidente del Comitato Nazionale per la diffusione dei film d'arte e di cultura (AGIS-FAC); nel 1991 è stato direttore artistico del Cinema Art Festival di Salsomaggiore Terme.

Si può dire che Dario Zanelli abbia dedicato la sua vita al cinema, in tutti i modi possibili.  Spesso sui set dei registi per ottenere i primi commenti, le prime impressioni e interviste, ha anche interpretato per loro piccole parti:  nel film Gli occhi, la bocca di Marco Bellocchio interpreta il dottore, mentre nel film Impiegati di Pupi Avati, impersona il direttore della banca.

E ora veniamo al binomio cinema e Fellini: un legame indissolubile. Per mio padre, infatti, il cinema era prima di tutto quello di Federico Fellini.  Spesso era l’unico giornalista a cui Fellini raccontava i nuovi progetti, il primo ad essere ammesso sul set, e colui al quale confidava cose mai dette a nessun altro, senza mentire “perché - come diceva Fellini - a un amico non si può mentire”.

C’è chi ha definito la loro intesa e la loro profonda amicizia come un rapporto tra vecchi compagni di scuola, che si confidano, si divertono, si aiutano e si sostengono per tutta la vita. Nel libro Fare un film di Fellini (Einaudi),  che venne riedito e aggiornato nel 1993, anno della sua morte,  Fellini, intervistato, parla dei critici, calcolando che in trent'anni di attività un critico cinematografico si vede circa 60 milioni di metri di pellicola (!), a un certo punto dice: "Ho qualche vero amico tra i critici, con alcuni ci conosciamo da sempre, abbiamo cominciato insieme, loro a scrivere di cinema ed io a fornirgli modestamente qualche occasione per farlo. Voglio proprio domandare a Tullio, a Dario, a Gianluigi come la mettono con questa faccenda dei sessanta milioni di metri di pellicola.” (pag. 174, cap. XIV),

Dario Zanelli ha recensito tutti i film di Federico Fellini; lo ha intervistato, ne ha parlato in articoli e pubblicazioni, raccontandolo non solo dal punto di vista del critico cinematografico, ma con l’affetto dell’amico, l’attenzione, la sensibilità e la sintonia di chi con lui condivideva lo stesso immaginario poetico.

La grande passione di Dario per il cinema di Federico è testimoniata anche dai tre libri che ha scritto su di lui e il suo cinema: Fellini Satyricon (1969) nella collana diretta da Renzo Renzi per Cappelli Dal soggetto al film, tradotto anche in inglese, Fellini's Satyricon, e pubblicato da Ballantine books, New York; L’inferno immaginario di Federico Fellini (1995), che raccoglie scritti e interviste inedite relative al film mai realizzato Il viaggio di G. Mastorna;

Ma il volume più bello, a mio avviso, è  Nel mondo di Federico - Fellini di fronte al suo cinema (e a quello degli altri), con una simpatica e affettuosa introduzione di Federico Fellini che inizia così: “Ecco, seduto qui davanti a me, con il magnetofono sulle ginocchia e il sorriso buono e perdonante di un vero amico, c’è Dario Zanelli, in paziente attesa che io mantenga la promessa di fare un breve discorso introduttivo alla serie di interviste fiduciosamente raccolte in tanti anni…” Il libro è uscito per i tipi di ERI, Roma, nel 1987 e riedito nel 2001, subito dopo la scomparsa di nostro padre, grazie al lavoro dei miei fratelli Pietro e Andrea.

Ricordo molto bene il tempo passato con mio padre, il cinema, le passeggiate all’insegna della flânerie, le mostre d’arte a cui mi portava fin da bambina, non solo a Bologna, ma anche nei luoghi in cui si recava per lavoro portandoci con sé, come a Parigi, dove noi figli avemmo la fortuna di trascorrere molto tempo quando era corrispondente. E il mio primo viaggio a Roma, da undicenne, assieme a lui, mia madre e la mia amica Gabriella, per incontrare Fellini.

A Roma ci tornammo varie volte assieme, ma il ricordo più bello, più emozionante fu l’inaugurazione di una delle mie prime mostre che si svolse proprio a Roma, alla galleria Arco di Rab nel 1986. Mio padre era così orgoglioso di me, giovanissima artista, che esponeva le sue opere nella mostra Mutazioni, - (assieme ad un altro giovane artista, Sauro Serrangeli) - curata dalla critica d’arte Ida Panicelli. All’inaugurazione, oltre ai miei genitori, grandi sostenitori del mio lavoro, parteciparono giornalisti come Sergio Telmon; critici d’arte tra cui Silvana Sinisi, Filiberto Menna, Francesco Vincitorio;  galleristi e artisti attivi a Roma in quegli anni.  Ma poi, invitato da mio padre, arrivò lui, il maestro. 

L’arrivo di Fellini fu magico, rubò la scena a tutti e sembrò riempire tutto lo spazio della galleria. L’attenzione era tutta su di lui. Non ho mai capito se gli piacessero le mie opere, ma non fa niente, ero felice che fosse lì, paziente come uno zio, ad ascoltare i miei racconti, interessato alla mia scelta di fare l’artista e al mio innamoramento per la scena artistica newyorkese di quel momento. Ero emozionata, certo, e felice, ma al tempo stesso per me era normale che fosse lì. Fellini veniva a casa nostra, telefonava spesso e si parlava costantemente di lui. Insomma, era familiare.

Chiudo con un ricordo newyorkese. Nonostante Fellini me lo avesse sconsigliato, mi trasferii a New York quello stesso anno, nel 1986. Mia madre mi venne a trovare tre volte, l’ultima volta in compagnia di mio padre, nel 1993. Con mio grande piacere, andammo solo io e lui a visitare la grande retrospettiva di Henri Matisse che si teneva in quei mesi al Moma. Appena entrati nella hall, Dario fu avvicinato da due signore che, sorprese ed entusiaste, guardandolo e studiandolo ammirate – mio padre era sempre molto elegante e aveva l’aspetto e l’incedere da gentiluomo d’altri tempi - esordirono con questa frase: “Oh! Look! You must be someone important, you are certainly a movie director or an actor….”  Mio padre, la cui modestia era proverbiale, stava già per schermirsi, ma vista la sua scarsa dimestichezza con l’inglese, intervenni io e piena di orgoglio dissi “Yes he is! My father is a very important Italian journalist and film critic and a friend of Federico Fellini”.

 E poi, io e mio padre, da soli, ci godemmo Matisse…

Betty Zanelli, maggio 2025