Adattato del romanzo omonimo di Ariana Harwicz, Die My Love ha segnato il ritorno sulla Croisette di Lynne Ramsay a distanza di otto anni dal successo di A Beautiful Day (che le era valso il premio alla migliore sceneggiatura) e il proseguimento di una ricerca poetica incentrata sull’approfondimento psicologico di personaggi infelici, rassegnati, avvolti da un dolore schiacciante e apparentemente senza uscita.

Die My Love è infatti la storia di Grace (Jennifer Lawrence), neo-madre che si trasferisce da New York con il compagno Jackson (Robert Pattinson) in una casa in campagna alla ricerca di una tranquillità famigliare che viene presto disattesa: Grace cade infatti dopo poco in una grave depressione post-parto.

La prima inquadratura del film, che ricorrerà nella stessa prospettiva verso la fine (a segnarne l’andamento circolare) è infatti molto più sottilmente presentata come la tipica casa dell’horror americano, un’ambiente grande e rimbombante che più che essere riempito di ricordi sembra pronto ad accogliere un incubo conviviale, con quella profondità di campo che sembra far presagire un agguato.

Più che l’immagine, tuttavia, sono la recitazione e il sonoro a veicolare la focalizzazione del film,  strumenti primari e prediletti da Ramsay per veicolare l’inquietudine di Grace, il suo isolamento emotivo, la sua incapacità di comunicare una disperazione che, infatti, dimostra solo in gesti apparentemente folli e insensati agli occhi di chi guarda.

Da questa prospettiva sensoriale, Lynne Ramsay ottiene però un’identificazione parziale con il personaggio di Grace e una distanza abissale da quello di Jackson, presentato come il marito sprovvisto della capacità di cura e di comprendere e fare fronte al dolore della compagna che dice di amare (parole che stentiamo a credere vere, dato che Pattinson è presentato come un fuckboy egocentrico ed autoriferito).

Carente dal punto di vista narrativo - una ripetizione iperbolica di atti di dolore e poco altro - Die My Love è però interessante per il modo in cui Ramsay usa e il corpo di Jennifer Lawrence e per come, nonostante la vuotezza di trama, riesce effettivamente a far coincidere questa vacuità fattuale con quella percepita dal personaggio. Tutto per Grace è inutile, parimenti odioso e provocatore di frustrazione. La vediamo intenta a fare smorfie, a muoversi come un’animale in mezzo al prato o a un bebè che gattona.

La natura istintuale in Die My Love prende la meglio su quella razionale: a sottolinearne l’alienazione, Grace non chiama mai il figlio per nome ma sempre “baby” e più che ai discorsi si fa attenta ai rumori di fondo, accentuati al massimo. Un cane che abbaia continuamente, il nitrito di un cavallo, una mosca che vola si fanno molto più presenti nella sensorialità di Grace e nell’economia del film rispetto ai vani tentativi di avvicinamento di Jackson e della madre.

Come a dire che il mondo reale è tragicamente distante da quello dei sentimenti, Grace vive una vita e un film parallelo. È desiderosa di contatto fisico, di sesso, di emozioni forti, di fondersi con il mondo a tutti i costi. Die My Love assume così la forma filmica di un incubo confuso, un sogno ad occhi aperti il cui epilogo cercherà la riconciliazione del corpo con le cose del mondo.