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“Il caso 137” e la provenienza delle immagini
In Il caso 137 la ricerca della verità e quindi di giustizia dipende indissolubilmente dal potere vedere una cosa accadere anche quando è già accaduta; e se da una parte questa idea di sorveglianza e visibilità costante rischia la deriva “brain rot” (c’è una gag ricorrente sui video dei gatti su internet come distrazione dai mali del mondo), dall’altra poter vedere tutto, sempre, vuol dire poterlo condividere con il mondo intero.
“Un poeta” distaccato dal reale
Un poeta, anche senza elementi di trama particolarmente innovativi, vive di intuizioni felici proprio nel saper unire la comicità che nasce dallo spaesamento di Oscar e dal suo distacco utopistico dal reale, evidente nel campo e controcampo con il poster del suo idolo José Asunción Silva, con una realtà grottesca, cinica e drammatica. Questo disaccordo permette al film di toccare momenti profondi, soprattutto nel racconto dei rapporti famigliari in un mondo di padri assenti e ragazze abbandonate, senza cadere nel patetismo.
“Sirat” speciale II – Estasi nel deserto
Il deserto del film, oltre a possedere una temporalità qualitativa piuttosto che quantitativa, assume connotati apparentemente ambigui, dove la corporeità più estrema convive con l’astrazione e il simbolismo più assoluto. Sono due polarità che, se sganciate l’una dall’altra, perderebbero il significato e l’impatto teofanico che invece presentano nel film. Così la natura estrema e la fatica che i protagonisti devono affrontare non sono indifferenti, ma piuttosto espressione di una volontà extraumana che li mette alla prova nella loro interiorità più recondita.
“Sirat” speciale I – Feroce e fatalista
Sarebbe decisamente riduttivo confinare Sirat di Oliver Laxe a un road movie. Anche se procede geograficamente per traiettoria orizzontale, ben presto il viaggio di un padre alla ricerca della figlia scomparsa in un rave in Marocco ricalcola il suo itinerario come un’avventura mistica e fatalista sul desiderio umano di conquista e dominio, affondando in verticale negli abissi dell’ingenua tracotanza di chi pensa di poter leggere e capire l’immensità del paesaggio che lo circonda.
“Giovani madri” tenere, laiche, disarmate
Con un soggetto così insidioso, il rischio di scivolare nel dramma e nella retorica sociologica era dietro l’angolo, ma il cinema dei Dardenne è un cinema che riesce a mantenersi pulito, scegliendo di focalizzarsi sulla narrazione e sull’intimità dei personaggi. È un cinema che scarta ogni consolazione per abbracciare un’idea più radicale: la possibilità di trasformare, di rinascere attraverso la speranza. Con un gesto tenero, laico, disarmato i Dardenne ritrovano il senso più profondo del cinema.
“La trama fenicia” speciale III – I codici della deviazione
Una spy story industriale ispirata a Rapporto confidenziale di Welles, dove l’ansiogeno assestamento economico, tra dirottamenti aerei e attentati, inscena l’unico gap da colmare, quello tra vita e morte, che si riaffaccia dopo Asteroid City; là nella malinconia desertica del lutto più crepuscolare, qui in un colorito e inesorabile capitalismo, sempre all’interno di famiglie disfunzionali.
“La trama fenicia” speciale II – Le dedizione formale
Quelle che potrebbero apparire come variazioni sul tema più o meno riuscite, esercizi barocchi di minuzia estetica ed eccessivo manierismo, al contrario, se si allontana lo sguardo dalla singola opera e si considera la totalità della produzione cinematografica di Anderson, appaiono inequivocabilmente come l’evoluzione di un regista che sa esattamente chi è e chi vuole diventare. Ed è proprio nella preservazione e nella rottura di questo preciso schema di regole autoimposte che il regista texano si muove più liberamente
“La trama fenicia” speciale I – Lo schema della sottrazione
Wes Anderson sembra, nel suo ultimo lavoro, rinunciare a molti orpelli stilistici, alla densità visiva e al citazionismo dei suoi film, per creare una narrazione più essenziale che mantiene inalterato il suo stile visivo, ma che lo epura dai suoi rivoli più estrosi per renderlo più semplice e schematico. Un cambiamento che non è necessariamente negativo, e che risponde, forse, al bisogno di operare una modifica e di sperimentare con la sottrazione.
“Fuori” e la poetica degli spazi
Martone, che ha firmato la sceneggiatura insieme a Ippolita Di Majo, sceglie di raccontare un momento preciso dell’autrice, quello di poco successivo all’esperienza nel carcere di Rebibbia. Goliarda, dopo un maldestro furto, trascorse solo cinque giorni dietro le sbarre, ma quel lasso di tempo fu sufficiente per capire, vivere e amplificare una realtà socio-antropologica che riprenderà vita nel libro dall’antifrastico titolo L’università di Rebibbia.
“Mission: Impossible – The Final Reckoning” ovvero quale era la verità del tutto
Ricorre nel film una “sibillina” allocuzione scientologista: “Tutto ha portato a questo”. Le singole missioni non erano slegate, ma appartenenti a un disegno prestabilito. Un rischioso e sofferto percorso, cominciato in Mission: Impossible (1996) con la calata – pseudo angelica – nella iperprotetta sala informatica della CIA, che ha forgiato nel corpo e nello spirito il prescelto Ethan Hunt.
“Die My Love” più istintuale che razionale
Adattato del romanzo omonimo di Ariana Harwicz, Die My Love ha segnato il ritorno sulla Croisette di Lynne Ramsay a distanza di otto anni dal successo di A Beautiful Day (che le era valso il premio alla migliore sceneggiatura) e il proseguimento di una ricerca poetica incentrata sull’approfondimento psicologico di personaggi infelici, rassegnati, avvolti da un dolore schiacciante e apparentemente senza uscita.
“Eddington” e l’osservazione succube dell’America
Eddington è un film satirico, sfacciatamente statunitense per tema e interlocutore, enorme per budget, per divismo, e voracemente ansioso di dire tutto e di più sull’America post-2020: quella, chiaramente, del Covid-19, ma anche della cultura MAGA, del movimento Black Lives Matter, tirando in ballo il complottismo e le sue derive social, le fake news, la violenza di genere, il razzismo sistemico verso gli afroamericani, la questione delle terre indigene, l’ipocrisia della sinistra liberale.
“Sirat” feroce e fatalista
Sarebbe decisamente riduttivo confinare Sirat di Oliver Laxe a un road movie. Anche se procede geograficamente per traiettoria orizzontale, ben presto il viaggio di un padre alla ricerca della figlia scomparsa in un rave in Marocco ricalcola il suo itinerario come un’avventura mistica e fatalista sul desiderio umano di conquista e dominio, affondando in verticale negli abissi dell’ingenua tracotanza di chi pensa di poter leggere e capire l’immensità del paesaggio che lo circonda.