Mathyas, un agente pubblicitario di Montréal, sceglie di abbandonare la frenesia cittadina per recarsi sulle Alpi provenzali e iniziare una nuova vita da pastore. Giunto tra ampie vallate e scenari incontaminati, si scontra con la dura realtà montana che non coincide affatto con l’idillio immaginato. L’incontro con Élise e l’incarico di scortare un gregge durante la transumanza, lo conducono a una più matura consapevolezza esistenziale.

Fino alle montagne, adattamento del romanzo autobiografico di Mathyas Lefebure D’ou viens-tu, berger?, racconta una rivoluzione contemporanea che si fa atto politico fin dalle prime sequenze, assumendo le caratteristiche di una favola esemplare in bilico tra visione documentaristica e narrazione affascinante.

Al netto delle riprese accattivanti che catturano la meraviglia degli ambienti, il messaggio di fondo che la regista Sophie Deraspe comunica, coincide con uno sguardo filosofico che esalta l’immaginazione simpatetica, perché, sembra dirci, la buona vita umana deve essere vissuta con e per gli altri.

Pur non avendo la vis di film a vocazione antropologica come Il Vento fa il suo Giro, Deraspe mette a fuoco l’avventura di un uomo contemporaneo (Mathyas, assuefatto all’alienazione urbana) e la sua evoluzione accanto a un’aiutante magica (Élise, forza mediatrice e riequilibratrice) che lo guida verso l’eudaimonia aristotelica, una potenziale “vita riuscita”.

Fino alle montagne è un’opera che non è propriamente una boccata d’ossigeno, perché il romanticismo naturalistico rimane una cornice pittoresca che nasconde insidie e spinge l’essere umano fino al suo limite, oltre il quale rimane comunque un acceso disincanto: la crisi climatica irreparabile, la congestione umana della città ormai connaturata alla vita sociale, il capitalismo che misura anche le emozioni.

Come in Antigone, rivisitazione sofoclea di Deraspe, l’elemento politico è dunque centrale per innervare una narrazione apparentemente semplice, di riflessioni sulla convivenza tra gli esseri umani e sulla difficile capacità di saper condividere i propri spazi sociali in situazioni estreme.

Il ritorno alla natura del protagonista è un viaggio mentale, oltre che un’azione di forza, un bisogno che necessita di un lavoro condiviso; i pastori che lo iniziano alla dura pratica non amano i poeti, men che meno un uomo come Mathyas che ha in testa astrazioni teoriche e idilli pastorali. L’uomo deve quindi partire da una necessità individuale di rinascita, all’inizio solo teorica e ammantata di lirismo, per poi abituarsi alla sopravvivenza in un contesto tremendamente precario e complicato.

La poesia, in Fino alle montagne, risiede solo nelle immagini seducenti, che tuttavia non creano l’automatismo dell’immaginazione nello spettatore, mentre nei corpi e nelle menti dei protagonisti si produce una guerra psicologica, una resistenza, e infine una possibile conquista di spazi reali o sentimentali che la regista decide di farci intravedere in modo interstiziale: esiste un “loro”, l’inscalfibile mondo dei potenti e dei negazionisti climatici, ma il “noi” deve avere il dovere morale di produrre un reale desiderio di cambiamento.