Chi avrebbe mai potuto pensare di trovare Marlene Dietrich in un fienile? O Lydia Borelli, Rodolfo Valentino, Greta Garbo, Ingrid Bergman, finanche un’inedita Eleonora Duse. Questa è l’assurda storia di questi omini coraggiosi, disposti a tutto pur di salvare la storia del cinema dal macero.
Luigi Comencini racconta, prima con il cortometraggio Il museo dei sogni (1949) e poi con il lungometraggio La valigia dei sogni (1953), la sua passione “infiammabile” per il cinematografo. Un racconto autobiografico, in collaborazione con la Cineteca italiana di Milano, per trasmettere l’importanza della conservazione delle vecchie pellicole che, altro non sono che frammenti della nostra storia.
Un vecchio attore del muto, Ettore Omeri (Umberto Melnati) va a caccia di pellicole destinate alla distruzione e si impegna nel tenere in vita l’eredità del cinema del passato. Tra sale parrocchiali e salotti dell’alta società, la sua missione è di tramandare il patrimonio del cinema muto e di trasmettere la passione per un’arte che faticava ad essere presa sul serio e ad avere il suo meritato riconoscimento. Proteggendo il suo tesoro in pellicola da distratti fumatori, Omeri si fa egli stesso imbonitore, dando letteralmente voce al cinema da lui tanto amato.
Indignato di fronte alle reazioni del nuovo pubblico, disabituato allo stile narrativo e recitativo di un cinema d’antiquariato, Omeri sembra vivere in un passato di spettri, come Norma Desmond e le altre “vecchie mummie” del muto. Tra queste c’è la grande attrice Helena Makowska, sofferente nel sentire le risate dei giovani spettatori di fronte a scene cariche di pathos, che un tempo emozionavano e appassionavano il pubblico di tutto il mondo. La recitazione muta, che per sua natura denuda l’emozione, privandola di ogni possibile freno inibitorio, non può che essere derisa dalla fredda contemporaneità.
I gesti eclatanti delle attrici, il trucco pesante, la staticità delle immagini, la velocità grottesca dei fotogrammi, la cura minuziosa della colorazione a mano, invece di suscitare curiosità e fascinazione, provocano un diffuso senso del ridicolo. Comencini, attraverso questa crociata di Omeri, ci ricorda chi siamo e quanto sia importante non perdere contatto con il nostro passato per mantenere viva la memoria storica.
L’invito è di andare al di là della superficie, per immedesimarsi nel pubblico dell’epoca, che tanto si commuoveva e si emozionava di fronte a quei gesti così esasperati e che era preso da stupore nell’assistere ai trucchi rudimentali del vecchio cinema. Un cinema che, ancor prima della propria tecnologia e innovazione (in costante evoluzione), vive dell’impegno, del lavoro e della dedizione degli artisti, le cui emozioni permeano ogni fotogramma.
Comencini gira quasi un film di repertorio, d’archivio, in cui ci guida con sguardo pedagogico attraverso un museo in celluloide, per riportare in vita i grandi capolavori del cinema delle origini. Nonostante non avesse avuto il successo sperato, il film rimase un punto di riferimento appassionato per tutte le cineteche che, grazie al lavoro di questi cercatori di pellicole, diedero inizio alla fondamentale pratica di conservazione del patrimonio cinematografico, con pari dignità di qualsiasi altra opera d’arte o documento storico.