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“Voltati Eugenio” e il sentimento d’amore

Nel descrivere le generazioni e i cambi di costumi e tradizioni, Comencini, anche nella vecchiaia, continua a raccontare, con estrema lucidità e arguzia, la nostra storia. Tra boom economico, consumismo, sessantotto, rivoluzione sessuale, ciò che continua a mancare, indipendentemente da tutto, è l’amore. Il sentimento d’amore, la sua mancanza e la sua ricerca, sembrano essere il cuore della poetica di Luigi Comencini e il vero filo conduttore che lega tutta la sua opera.

“Incompreso” e l’esperienza della perdita

Comencini gira un melodramma struggente, dalle immagini pittoriche, in cui sfida il proprio pubblico a trattenere le lacrime. La macchina da presa, attraverso i primi piani dei due giovanissimi attori, ci conduce in uno straziante viaggio emotivo, affrontando con grande sensibilità il tema della perdita. Come spesso accade nella filmografia del regista italiano, gli adulti e i padri in particolare, sembrano essere inadeguati, e incapaci di prendersi cura dell’interiorità dei propri figli.

“La ragazza di Bube” e il ragazzo di Mara

Nella galleria di personaggi femminili del cinema italiano, Mara – grazie anche alle mille sfaccettature interpretative di una straordinaria Claudia Cardinale (finalmente con la sua inconfondibile voce roca) – è uno dei più affascinanti che si possano vedere sullo schermo. Tra le macerie della Seconda guerra mondiale, Luigi Comencini segue il viaggio di crescita di questa giovane donna, alle prese con Bube, un membro della resistenza di cui si innamora a prima vista.

“La finestra sul luna park” e l’assenza dei padri

Con la consueta attenzione verso il mondo infantile, Comencini mette la macchina da presa ad altezza di bambino e mette in scena una storia struggente d’abbandono. Gli adulti, accecati dalla ricerca di benessere materiale, si mostrano goffi e impacciati di fronte dell’emotività del piccolo protagonista. Unica eccezione, Richetto, sempre sporco e trasandato, quasi un angelo, un matto felliniano, che si aggira tra baracche, campagne e case popolari.

“La valigia dei sogni” e la memoria in celluloide

Comencini gira quasi un film di repertorio, d’archivio, in cui ci guida con sguardo pedagogico attraverso un museo in celluloide, per riportare in vita i grandi capolavori del cinema delle origini. Nonostante non avesse avuto il successo sperato, il film rimase un punto di riferimento appassionato per tutte le cineteche che, grazie al lavoro di questi cercatori di pellicole, diedero inizio alla fondamentale pratica di conservazione del patrimonio cinematografico, con pari dignità di qualsiasi altra opera d’arte o documento storico.  

“Le avventure di Pinocchio” e il coraggio di vivere

Nonostante la natura televisiva dell’opera, a colpire sono il verismo e la cura nella rappresentazione dei paesaggi, intrisi di una profonda malinconia. I pochi innesti fiabeschi accendono di poesia il crudo realismo della messa in scena, ma rappresentano anche le gabbie di una finzione consolatoria; che sia la casetta fantasma della fatina sospesa su un lago o lo stomaco fin troppo confortevole di un pescecane. Il binomio tra fantasia e realtà che Comencini mette in scena ci ricorda quanto sia importante l’immaginazione per colorare una quotidianità insopportabile, ma anche quanto possa essere pericolosa, facendoci dimenticare di vivere.

“A cavallo della tigre” disarcionati dal boom

Realizzato nel 1961, A cavallo della tigre riuniva il meglio della commedia all’italiana. La sceneggiatura era, infatti, opera dello stesso regista del film, Luigi Comencini, fresco dei grandi successi di Tutti a casa (1960) e del dittico Pane, amore e fantasia (1953) e Pane, amore e gelosia (1954), Mario Monicelli e della collaudata coppia Age e Scarpelli, che aveva già collaborato con Comencini per il precedente Tutti a casa.

“Il tempo che ci vuole” e il ritratto amorevole del padre

I ricordi e le esperienze personali, prima di farsi prodotto artistico, hanno spesso bisogno di un lungo arco temporale per fermentare e trovare le parole e le immagini giuste per farsi racconto e storia universali. È quello che è accaduto a Francesca Comencini nella realizzazione di un film che è un atto d’amore verso il proprio padre. Infatti, oltre alla regia elegante e ordinata, a investire lo spettatore è una emozionalità potente che scaturisce da un sentimento profondo per una figura paterna caratterizzata dalla gentilezza e dalla bontà. 

“Pane, amore e fantasia” e l’aria di paese

Il film di Luigi Comencini, insieme a Poveri ma belli di Dino Risi, resta l’autentico manifesto della commedia neorealista, filone che ha aperto la strada alla commedia all’italiana, una forma-cinema decisamente storicizzata e cristallizzata nel tempo che riesce a restituire la dimensione sociale e antropologica dell’Italia del secondo dopoguerra, tra scampoli di miseria e sorrisi di speranza.