Essere autentici e soprattutto rimanerlo è difficile ora così come lo è stato negli anni della Grande Depressione. Katharine Hepburn, nei panni di Linda Seaton, figlia dell’alta società newyorkese, quando conosce John Case (Cary Grant), il nuovo fidanzato della sorella, si assume il compito di salvarlo da quella gabbia dorata che lei stessa trova soffocante.

Incantesimo, tratto dalla comedia teatrale di Philip Barry, è una delle commedie screwball più note di George Cukor, una delle prime in cui Hepburn e Grant sono in coppia insieme e impressionano tutti con i loro giochi acrobatici. I due impressionano per la loro intesa perfetta, fatta di battute taglienti, che sfida le convenzioni. Entrambi portano in scena una sessualità queer che, proprio nella vicinanza reciproca, riesce a esprimersi al massimo, destabilizzando e affascinando il pubblico.

John Case è un giovane squattrinato con un’ottima idea per fare soldi, ma il suo vero sogno è smettere di pensare ad inseguire il denaro, liberarsi dal peso del lavoro e concedersi del tempo per capire chi è e quale senso dare alla propria vita. Tuttavia, si è innamorato di Julia e vuole sposarla. Quando però scopre che lei non è affatto un’umile cameriera, bensì l’erede di una delle famiglie più ricche d’America, qualcosa in lui inizia ad incrinarsi e il rapporto vacilla. Infatti, John continua ad assecondarla, accettando ordini e compromessi, quasi stregato dal fascino dall’immenso palazzo, il potere economico e dalle effusioni di Julia, che però non lo ama per ciò che è, ma per ciò che desidera farne.

A questo punto entrano in scena i due personaggi più eccentrici della famiglia: Linda, donna inquieta e malinconica, che si rifugia nella stanza dei giochi alla ricerca della spensieratezza perduta dell’infanzia, e Ned, il fratello minore, alcolizzato e codardo. Due figure che si emarginano dagli altri spazi della maestosa villa, dalla società falsa e dal soffocamento paterno. Tuttavia, Linda e Ned sono le uniche due persone in grado di cogliere fino in fondo la verità che John fatica ad affrontare, sono quelli che vorrebbero scappare perché l’inganno per loro è finito, ma che finiscono per essere considerati i bambini non cresciuti o le pecore nere che fanno vergognare i parenti e il mondo a cui appartengono.

I bianchi e neri brillanti di Incantesimo si fanno sorprendentemente colorati ogni volta che Hepburn e Grant si abbandonano ad acrobazie, salti mortali e piccole coreografie infantili che sprigionano da un lato una particolare complicità fisica, e dall’altro un’ironia sottile, ma anche una tensione erotica che attraversa lo schermo. Anche gli abiti giocano un ruolo di primo piano nel film. Si pensi al motivo della cravatta indossata dal padre di Linda, agli outfit di alta sartoria indossati dai protagonisti e dagli ospiti della grande festa di fidanzamento, fino agli stivali copri scarpe e ai cappotti stropicciati che, sicuramente più modesti, erano carichi di stile.

Con questo motivo leggero e sofisticato, Cukor costruisce una commedia che dice molto di un mondo che non è affatto scomparso, ma che continua a esistere come parte integrante del sistema. La ribellione dei protagonisti e in particolare quella di Hepburn, con la sua malinconia, dolcezza e stravaganza, resta però qualcosa di ancora incompreso. Certamente la sua autenticità per molti nostalgici è considerata affascinante e sfuggente, ma in fondo, porta tuttora all’esclusione.